Archivio per Tempo

Viaggiando s’impara la saggezza

Posted in I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on febbraio 2, 2010 by guatantavara

(Appunti e visioni di un viaggio in Marocco – Capitolo 6)

Viaggiando s’impara la saggezza, come se nelle terre d’altri scoprissi verità che i luoghi conosciuti ti negano da sempre

E’ lungo le strade di lingue che non capisci dove impari i suoni del mondo

Dove impari i colori dei pensieri

Viaggiando impari la saggezza, perché non senti altri che te stesso parlare al te stesso più lontano

al te stesso che non sentivi più

E’ lo stesso viaggio che non hai mai compiuto prima

fin a quando non hai saputo se andare o restare

e senza testimoni è la stessa anima che dissemina le strade di passi

come avanzi di memoria

intorno margini d’ombra

sei sorpreso dai tuoi novantanni
e se morto prima
morto come un uccello senz’ali
nei giardini dove il grido si infrange

e il volo era solo poco più in là
di un allungare di mani
chi a chiamarci?
quanti a trovarci?

muti inventari di cose
nei pomeriggi a scrivere versi

a inventare l’arte che semina amanti
che la luna diventa la Luna
genera storie
di genere in genere
mito

e la voce si esalta di parole
a gridare
Poi, l’invenzione ricade

un giorno che si mischia ai pensieri
e scriverlo è sempre più impuro
diventa voglia di andare

Così è la pigrizia
(e i cammei smarriti)
a riportarci sul margine delle strade
null’altro

così è l’abitudine
(e il tempo invaso)
a sbandierare sagome immote

sul profilo di incontri a due facce
(sulla terra arsa)

null’altro. null’altro

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Con l’immagine di una finestra che fa ombra a se stessa si chiude il racconto del mio viaggio in Marocco. Manca solo un omaggio a un luogo magico e irraggiungibile, che ora non dico, e che chissà quando metterò. Sarà solo un problema di ispirazione e voglia di scrivere. Che da un po’ vado cercando come un’anima migrante, come un pensiero errante, come un nomade che si perde nel tempo e si ritrova dentro la memoria

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Sopravvivenze e solitudini

Posted in I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on ottobre 5, 2009 by guatantavara

(Appunti e visioni di un viaggio in Marocco – Capitolo 5)

La storia che vi voglio raccontare oggi è una storia fatta di mille storie che nemmeno si conoscono l’un l’altra eppure sono vicine come sanno esserlo le vite di chi sopravvive o è solo.

Mille storie di sopravvivenze solitarie e di solitudini sopravvissute al quasi nulla che diventa un irraggiungibile tutto

Sopravvivenze

PARTE PRIMA
I luoghi dove i colori nascono

Questo è il luogo, nascosto tra le pieghe vergognose del mondo, dove davvero i colori nascono

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i colori che portiamo nei nostri giorni pieni e nulli,

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colori di cui nemmeno ci accorgiamo e meno che mai ci domandiamo

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e questi sono gli uomini che li fanno nascere i colori

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non si sa in che tempo siamo, nemmeno a entrarci dentro…

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fino a incontrare gli uomini che ai colori danno forma

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PARTE SECONDA
La giornata di un fuochista

La giornata di un fuochista nasce in mezzo al fumo nero che il vento spinge verso l’Algeria

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La giornata di un fuochista finisce in mezzo al fumo, che il vento stanco non sa più dove portare, e lascia lì, a intossicare le nostre anime inutili

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Solitudini

PARTE PRIMA
Io appartengo a questa terra

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Io appartengo a questa terra e questa terra mi appartiene

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Questa terra che mi dà da vivere e da morire

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questa terra che mi accompagna dalla mattina alla sera e ancora oltre, fino alla mattina dopo

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Io sono parte di questa terra e questa terra è parte di me

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questa terra è la terra dove camminerà con me il mio amico andato via

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colui cui nessuna terra potrà essere amica se non dove si è messo a riposare

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colui che nessuna terra potrà mai più calpestare, se non quella dei nostri cuori che lo cercheranno ancora

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PARTE SECONDA

Questa terra mi appartiene

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Questa terra mi appartiene eppure più non sento mia

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questa terra mi sfugge eppure mi rimane dentro

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come un volo di cicogna che più non faccio contro il vento ingrato del nord

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PARTE TERZA


Tutto quello che mi appartiene

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Questo è tutto quello che mi appartiene

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è la mia ricchezza che mi accompagna lungo il cammino

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o se mi fermo a cercare dove sono andato a finire

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nascosto tra le pieghe del mondo vergognoso

Lungo il ciglio del tempo

Posted in I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , on settembre 11, 2009 by guatantavara

(Appunti e visioni di un viaggio in Marocco – Capitolo 4)

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Lungo il ciglio del tempo scorrono strade che si perdono dentro i volti infiniti della terra

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Lungo il ciglio del tempo scorrono vite che non sapevi vedere

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Lungo il ciglio del tempo vedi vite che non sai dove scorrono

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Attraversare il Marocco, lungo le sue strade blu, significa sorprendersi a fare un viaggio nel tempo,

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anzi in un luogo dove il tempo sembra quasi non esserci, non curarsi di te.

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E ti irride mentre ti scorre accanto, lasciandoti segni incancellabili come vene sottopelle.

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Come se ci fossero solo strade dove il tempo si ferma a rimirare un se stesso che non va mai via

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Sagome intraviste per un attimo, che corrono verso luoghi che non sapresti raccontare

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Sfuggenti come pensieri lungo il bordo della vita

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Sagome che si frappongono tra te e il tempo

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Sagome che si intravedono controluce, che a malapena emergono dal nulla

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spettatori improvvisati a guardarti passare. Non sai se più tua è la malinconia o loro la curiosità

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Finché non ti perdi di nuovo a cercarti, dove nessuno ti potrà ritrovare

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Le strade dove nascono gli incantesimi

Posted in Europa, Guatan Tavara, I nostri viaggi, Strade inventate with tags , , , , , , , , , , , , on febbraio 9, 2009 by guatantavara

Arrivare in Bretagna è come liberarsi dal peso del mondo e volare dentro una favola.
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E’ come cercare un tempo che non esiste.

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Luoghi del pensiero che vedi volteggiare nell’aria, liberi come i gabbiani irridenti a Pointe du Raz.

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La Bretagna è confondersi nei colori pastello di Cap Frehel.

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Le strade dove nascono gli incanti le vedi dall’alto della collina di Menez Hom
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si insinuano nelle anse del mare, blu come l’orizzonte, dietro Pointe de Penhir

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Nascoste nella nebbia assieme  a Mago Merlino, nella calma di Pointe de Penmarc’h

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Aspettano che salga la marea sotto Dinard

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Di fronte, misteriosa come la fortezza impenetrabile dell’anima della Dama del Lago, punta verso il cielo la guglia di Saint Malo

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Fino a perdersi a Saint-Michel. Dove si arriva da tempi contrapposti. Chi si sorprende di averla trovata, la strada dell’incantesimo, come partito da un luogo in cui tutto doveva ancora avvenire,

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dove sarebbe stato impossibile incontrarla e per questo tornato indietro, dove non si è mai stati, indietro fino a dove aveva avuto inizio la sua assenza, e più indietro ancora, fino al luogo dove sorgono gli incanti e si piegano alla volontà i pensieri, dove, spietate, prendono forma le infatuazioni.

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e chi, proiettato fin lì da un passato di amori sciupati, a riprendere un cammino interrotto,

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essere lì è come essere giunti in un luogo che ancora non esiste, dove pure si è già tante volte stati,

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là dove sfumano in nebbia le lusinghe, là dove tutto è disincanto, dove non si addomesticano più i sogni, dove le infatuazioni si liquefanno,

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e ancora più avanti, fino ad afferrare – come tanti – anche questo incontro, tagliargli le ali, metterlo in gabbia, fino a richiudersi muti a difesa di sé.

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E trovarsi lì, per quella oscura seduzione che ognuno cerca in sé e non trova in altri. Incontrarsi nell’unico luogo ammesso.

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e ritrovare Guatan Tavara più in là, dove gli incantesimi finiscono per sempre

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Di là dal Nilo e tra gli alberi

Posted in I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on ottobre 30, 2008 by guatantavara

L’Egitto scorre accanto al Nilo e si lascia guardare in silenzio come fosse fatto solo di memorie lontane.

L’Egitto lo vedi scivolare di là dal Nilo e tra gli alberi come un carillon senza musica.

Tra le tante strade che possiamo percorrere quella dello scivolare immobili e vedere la vita che ti scorre accanto è la strada che sento più vicina a me.

I colori sono caldi come oro e freddi come cieli senza atmosfera.

E la strada del fiume è come a riprendere se stessi

C’è un ponte bellissimo, lungo il Nilo, che si avvicina con la lentezza di una notte insonne.

Ci sono riflessi che si perdono dove non arriva nessuno sguardo.

Tramonti che si nascondono dietro le grazie assopite del passato.

Lingue di erba, sopravvissuta alla razzia del tempo.

Palme che ti ci perderesti dentro come un’avventura non cercata.

Ci sono colori che sembrano nuvole tuffate nel mare.

Algori di immobilità

Pastelli che colorano il calare della sera, come disegni fluorescenti

Di là dal Nilo ci sono alberi che formano oasi inaccessibili come i sogni dei bambini

Meraviglie che poi ti restano dentro negli inverni del cuore

Si incontrano villaggi che hanno i colori di circhi senza clown.

La sabbia gioca a confondere il blu profondo del mondo

Sembra il fondale di un teatro senza sipario

E il fiume diventa fuoco, come lava placida

Pensi al limo che leggevi sui sussidiari della terza elementare

Paesaggi che potrebbero vivere nei quadri di pittori inesistenti

Oscurità degne di altri mondi

Onde che ti accompagnano fino alla fine del viaggio

a salutare la piccola nubiana che ti guarda scomparire per sempre…

Il caffé nel deserto

Posted in Guatan Tavara, I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on settembre 10, 2008 by guatantavara

Kun’as, superata una vasta distesa di campi inariditi e saliscendi sassosi, si trovò davanti ad una piana desertica che sembrava non aver fine.
Da lì, incuneandosi tra le ombre ondeggianti disegnate sulla terra dai saliscendi delle dune, Guatan Tavara si avventurava e si perdeva dentro un’unica ignota traccia che scompariva solo all’orizzonte, come una solitaria, minuscola impronta sulla pelle che si intrufola nelle pieghe della mano, sola visibile linea della vita tra le tante vite nascoste del deserto.

Davanti a Kun’as si aprì, imponente, il deserto di Arùa. Offrì al suo grato stupore l’incantevole metamorfosi di secoli di vita. Soprattutto, ciò che appariva all’inizio come la monotona ridondanza di una desolazione ondulata si trasformò a poco a poco in uno scenario di vitalità inaspettata, sorprendente calendario di stagioni e di ere. Iniziava roccioso il deserto di Arùa, hammada di croste e screpolature, ferite della terra nel silenzio illimitato. Il silenzio era l’unica fissa etichetta che marcava il deserto e le sue forme mutevoli. Era silenziosa ogni pianta, ogni animale, così come lo era ogni umano pensiero. 

Da quella prima, ruvida compagnia delle rocce Kun’as fu ben presto abbandonato; quasi senza accorgersene si ritrovò in un mondo ciottoloso, serir levigato e pianeggiante, percorribile senza sforzo, come nel sogno di un sonno leggero, appena accennato, quasi che la leggerezza dei sogni dipendesse dalla leggerezza del sonno, quasi che i sogni dei sonni leggeri fossero essi stessi soffi leggeri, e non come i suoi, gravi lanciati in caduta libera, attratti dalla veglia, scacciati dall’insonnia.

Ma anche quello scenario durò poco e, ancora senza fatica apparente, Kun’as lasciò l’acciottolato percorso e le piccole pietre al loro destino per entrare tra le onde di un erg sconfinato, deriva di flutti sabbiosi entro cui le ultime pietre si perdevano rare.

Era un nuovo paesaggio, a lui sconosciuto, stabile profondità di chiaroscuri, per nulla desolato, come se fossero le dune solo un lungo intervallo tra le oasi.

L’erg si riposava, dopo lo scempio di un altro sfregio subito dal vento. Le dune cambiarono forma, disgregandosi, viventi, in mille disegni: barcane, dune a forma di falce, parabole a cresta, ondeggianti in lunghe dorsali. E in migliaia di dune a sayf, scimitarre assottigliate alle punte, come una vita che nasce o che muore. Le linee delle creste si ergevano in una successione di picchi e insellature per chilometri e chilometri.
Le mezzelune delle dune attorniavano Kun’as. Era giunto nel cuore del deserto, se si fosse perduto lì non avrebbe avuto scampo. Lo desiderò, per un attimo. Poi, si sentì passare tra i piedi una lucertolina e allora, quasi vergognandosene, si sentì vivo di nuovo, nel controsole che arrossava il cielo, solidale al suo imbarazzo. La sabbia intanto si stava raffreddando per la sera che lentamente scendeva.

Il passaggio di Kun’as nel deserto stava diventando un viaggio nel viaggio. Era una trasmigrazione di vite, celate tra la disfatta minacciosa dello scibile più doloroso, amaro e infelice come ogni sapienza, e il miraggio di un lontano villaggio da fondare di nuovo. Aveva toccato le punte estreme di un periplo cosmico, dalla dannazione del diavolo del deserto, col suo vortice a insabbiare le anime e a tenere lui ancora separato da tutto, alla scalata verso la cima di una duna stellare, che lo aveva avvicinato di nuovo alla dolce dulia di cercare da lì sopra un amore lontano.

E dalle vite nascoste del deserto Kunas fu rapito, tanto da essere distolto dal suo stesso cammino. Era ormai tanto che camminava, aveva perso il contatto con ogni punto di riferimento riconoscibile, era vinto dalla stanchezza, si sentiva incerto sulla strada da seguire, così si fermò. Avvinto dal silenzio, si mise ad osservare il paesaggio che aveva attorno. Non era mai stato così solo e così lontano da tutto, non c’era nessuno nel raggio di un urlo o di colpo d’occhio e solo il lento volteggiare di rapaci lontani faceva da sponda tra lui ed il mondo. Era da solo, eppure un groviglio disarticolato di pensieri gli teneva compagnia, muovendosi dentro di lui in assoluta libertà, inarrestabile, a intrecciarsi e districarsi. In mezzo a quel deserto, che pure sapeva essere popolato di vita, e vita di quella forte, pensò a quali tra le possibili cosmogonie dell’anima poteva averlo condotto fin lì.

Come ogni spazio deserto anche quello gli fece venire in mente la vita. Forse perché la vita, e ogni sua traccia, la si scopre subito nelle terre deserte. Lascia lì le tracce visibili del suo percorso, come il filo della memoria ostentato da un nomade ad ogni sua sosta, o come i segni tracciati dall’ignoto sulle visioni di un veggente. E se la cosmogonia dei corpi e delle anime era cadenzata dai passi del percepire, segnata dal tatto delle circostanze, assordata dal rumore dell’accadere, esalata dal fumo dell’apparire, rivelata dalla luce del nascere, urlata dal ventre liberato della vita, Kun’as si stupì a domandarsi se era solo degli uomini vedere, sentire, toccare, odorare, assaporare.

Che forse il mondo stesso aveva visto, ascoltato, annusato, sfiorato, assaggiato la vita e che, forse, il mondo avrebbe potuto percepire se stesso. Così, era stato, forse proprio in un luogo simile a quello, in un qualche deserto sperduto, che il mondo si era svegliato all’inizio di tutto e, per mezzo del suo primo vedere, aveva dato ordine ai segreti violati della notte, a sussulti di albe nebbiose, a visioni accecanti tra le fauci aperte del cielo.

E la vista doveva essere stata subito disorientata da forme irrequiete, indurite nelle croste di faglie precarie, come cicatrici future o solchi profondi nell’ombra della terra annegata.  La terra avrebbe seguito lente derive, stanchi assestarsi, assopiti nel centro del mondo. Allora la vista doveva aver dato origine al corpo. E poi all’odore del mondo, folate incessanti a segnare la strada, quando l’orma dissolta dai venti avrebbe smesso improvvisa di guidare i passi, rendendo il cammino insicuro. E allora l’odore era l’unico modo per tornare sui passi e non perdersi. Come sottovento tracce esili.

Senza nemmeno rendersene conto Kun’as aveva ripreso il suo cammino. Il volo radente di un gheppio solitario lo riportò al deserto che ora aveva davanti, sulla strada, a volte stretta e tortuosa, a volte larga e persa verso l’orizzonte che lo aveva portato in quel luogo isolato e che ora era giunta sull’altura, proprio come i viandanti gli avevano indicato, ancora una volta, esattamente. Verso chissà quale altra meta.


E un altro odore poteva assalire fin dentro la mente. Era il riconoscersi. Esplorare l’apparenza l’uno all’altro, non ancora emanata e scandita da alcun nome. Così che nessuna memoria sarebbe rimasta, se non trasformata in rumore, voci e vento, finalmente nomi. Da chiamare e tenere vicino. E su di essi provare il sapore. La sabbia data al rotolarsi, l’acqua al rollio, le onde a sparire, l’aria esausti a cadere. E ancora sulla bocca sarebbe rimasto il sapore nel buio di un atto d’amore. E infine sarebbe stato l’urlo e la voce. Per ultimo il caldo del fuoco. La forza a spezzare la resa. E per la prima volta, la quiete.

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Ho voluto scherzare, raccontando il mio viaggio attraverso il deserto come lo avrebbe fatto l’autore di Guatan Tavara, come se il mio viaggio alla ricerca di qualcosa che neanche sapevo fosse il viaggio di Kun’as alla ricerca di Càndor. D’altra parte con quali altre parole, se non quelle che descrivono il cammino visionario di Kun’as, sarebbe possibile descrivere la strada di quel luogo magico e maledetto che è il deserto?

Ad ogni modo, tornando ai nostri tempi, fin qui il viaggio di Kun’as attraverso Arùa… ma la strada del deserto continua e altre carovane si formano lungo Guatan Tavara…

attraversando villaggi fatti di niente  eppure pieni di vita e colori 

fino ad arrivare al miraggio di un caffé nel deserto. Il café del sultano. Ovviamente. Con tanto di cartello stradale a indicare la strada.

Guatan Tavara, naturalmente.

(Questo post è dedicato – oltre a tutti quelli che amano i viaggi, il deserto e i viaggi nel deserto – in particolare a Millebolle e Merlocanterino. Per i seguenti motivi: affetto, condivisione, piacere e perché so che ci si ritroveranno…)

Funeral Train

Posted in Strade da raccontare, Strade interrotte with tags , , , , , on giugno 16, 2008 by guatantavara

E’ raro che una fotografia ancora mi emozioni. Ne ho viste così tante, me le sono studiate tante e così a lungo che ho perso quasi il gusto di dire… che bella foto! Che ci trovo, oltre al fatto che è bella di per sé, che mi emoziona?

Allo stesso modo, dovessi dire che tipo di foto mi piace fare, qual è la mia strada di fotografo avrei non poche difficoltà. Mi sembra così naturale fare quello che Andreas Feininger chiamava “vedere fotograficamente” che tutto diventa fotografia potenziale (anche se poi mi esce una schifezza).

Così oggi sono qui a parlarvi di fotografie che mi hanno emozionato. Sono le foto del viaggio del treno che portava il feretro di Bob Kennedy dalla Penn Station di New York alla Union Station di Washington, solo 328 chilometri d’America, ma milioni e milioni di chilometri di animo umano. La raccolta si chiama RFK Funeral Train ed è di Paul Fusco. Ci sono dentro tutti i temi cari a questo blog: la strada vera e quella metaforica, il treno, il tempo, la memoria. Ecco, mi direi da solo, quando le farai mai foto così tu…

Non saprei che tag dare a questo post, se non tutti i tag che ho già dato, non saprei in quale categoria metterlo se non in tutte quelle che ho pensato di costruire qui dentro. Memoria, tempo, viaggio, strade interrotte, strade inventate, piccoli ricordi di strada, strade da raccontare.

Ve le lascio allora senza altri commenti. Come si dice nelle migliori tradizioni… sono foto che parlano da sole, anche se una per me parla più delle altre… ma anche questa è bellissima…. e perché questa?

Fermatemi….