Archivio per Sahara

Il caffé nel deserto

Posted in Guatan Tavara, I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on settembre 10, 2008 by guatantavara

Kun’as, superata una vasta distesa di campi inariditi e saliscendi sassosi, si trovò davanti ad una piana desertica che sembrava non aver fine.
Da lì, incuneandosi tra le ombre ondeggianti disegnate sulla terra dai saliscendi delle dune, Guatan Tavara si avventurava e si perdeva dentro un’unica ignota traccia che scompariva solo all’orizzonte, come una solitaria, minuscola impronta sulla pelle che si intrufola nelle pieghe della mano, sola visibile linea della vita tra le tante vite nascoste del deserto.

Davanti a Kun’as si aprì, imponente, il deserto di Arùa. Offrì al suo grato stupore l’incantevole metamorfosi di secoli di vita. Soprattutto, ciò che appariva all’inizio come la monotona ridondanza di una desolazione ondulata si trasformò a poco a poco in uno scenario di vitalità inaspettata, sorprendente calendario di stagioni e di ere. Iniziava roccioso il deserto di Arùa, hammada di croste e screpolature, ferite della terra nel silenzio illimitato. Il silenzio era l’unica fissa etichetta che marcava il deserto e le sue forme mutevoli. Era silenziosa ogni pianta, ogni animale, così come lo era ogni umano pensiero. 

Da quella prima, ruvida compagnia delle rocce Kun’as fu ben presto abbandonato; quasi senza accorgersene si ritrovò in un mondo ciottoloso, serir levigato e pianeggiante, percorribile senza sforzo, come nel sogno di un sonno leggero, appena accennato, quasi che la leggerezza dei sogni dipendesse dalla leggerezza del sonno, quasi che i sogni dei sonni leggeri fossero essi stessi soffi leggeri, e non come i suoi, gravi lanciati in caduta libera, attratti dalla veglia, scacciati dall’insonnia.

Ma anche quello scenario durò poco e, ancora senza fatica apparente, Kun’as lasciò l’acciottolato percorso e le piccole pietre al loro destino per entrare tra le onde di un erg sconfinato, deriva di flutti sabbiosi entro cui le ultime pietre si perdevano rare.

Era un nuovo paesaggio, a lui sconosciuto, stabile profondità di chiaroscuri, per nulla desolato, come se fossero le dune solo un lungo intervallo tra le oasi.

L’erg si riposava, dopo lo scempio di un altro sfregio subito dal vento. Le dune cambiarono forma, disgregandosi, viventi, in mille disegni: barcane, dune a forma di falce, parabole a cresta, ondeggianti in lunghe dorsali. E in migliaia di dune a sayf, scimitarre assottigliate alle punte, come una vita che nasce o che muore. Le linee delle creste si ergevano in una successione di picchi e insellature per chilometri e chilometri.
Le mezzelune delle dune attorniavano Kun’as. Era giunto nel cuore del deserto, se si fosse perduto lì non avrebbe avuto scampo. Lo desiderò, per un attimo. Poi, si sentì passare tra i piedi una lucertolina e allora, quasi vergognandosene, si sentì vivo di nuovo, nel controsole che arrossava il cielo, solidale al suo imbarazzo. La sabbia intanto si stava raffreddando per la sera che lentamente scendeva.

Il passaggio di Kun’as nel deserto stava diventando un viaggio nel viaggio. Era una trasmigrazione di vite, celate tra la disfatta minacciosa dello scibile più doloroso, amaro e infelice come ogni sapienza, e il miraggio di un lontano villaggio da fondare di nuovo. Aveva toccato le punte estreme di un periplo cosmico, dalla dannazione del diavolo del deserto, col suo vortice a insabbiare le anime e a tenere lui ancora separato da tutto, alla scalata verso la cima di una duna stellare, che lo aveva avvicinato di nuovo alla dolce dulia di cercare da lì sopra un amore lontano.

E dalle vite nascoste del deserto Kunas fu rapito, tanto da essere distolto dal suo stesso cammino. Era ormai tanto che camminava, aveva perso il contatto con ogni punto di riferimento riconoscibile, era vinto dalla stanchezza, si sentiva incerto sulla strada da seguire, così si fermò. Avvinto dal silenzio, si mise ad osservare il paesaggio che aveva attorno. Non era mai stato così solo e così lontano da tutto, non c’era nessuno nel raggio di un urlo o di colpo d’occhio e solo il lento volteggiare di rapaci lontani faceva da sponda tra lui ed il mondo. Era da solo, eppure un groviglio disarticolato di pensieri gli teneva compagnia, muovendosi dentro di lui in assoluta libertà, inarrestabile, a intrecciarsi e districarsi. In mezzo a quel deserto, che pure sapeva essere popolato di vita, e vita di quella forte, pensò a quali tra le possibili cosmogonie dell’anima poteva averlo condotto fin lì.

Come ogni spazio deserto anche quello gli fece venire in mente la vita. Forse perché la vita, e ogni sua traccia, la si scopre subito nelle terre deserte. Lascia lì le tracce visibili del suo percorso, come il filo della memoria ostentato da un nomade ad ogni sua sosta, o come i segni tracciati dall’ignoto sulle visioni di un veggente. E se la cosmogonia dei corpi e delle anime era cadenzata dai passi del percepire, segnata dal tatto delle circostanze, assordata dal rumore dell’accadere, esalata dal fumo dell’apparire, rivelata dalla luce del nascere, urlata dal ventre liberato della vita, Kun’as si stupì a domandarsi se era solo degli uomini vedere, sentire, toccare, odorare, assaporare.

Che forse il mondo stesso aveva visto, ascoltato, annusato, sfiorato, assaggiato la vita e che, forse, il mondo avrebbe potuto percepire se stesso. Così, era stato, forse proprio in un luogo simile a quello, in un qualche deserto sperduto, che il mondo si era svegliato all’inizio di tutto e, per mezzo del suo primo vedere, aveva dato ordine ai segreti violati della notte, a sussulti di albe nebbiose, a visioni accecanti tra le fauci aperte del cielo.

E la vista doveva essere stata subito disorientata da forme irrequiete, indurite nelle croste di faglie precarie, come cicatrici future o solchi profondi nell’ombra della terra annegata.  La terra avrebbe seguito lente derive, stanchi assestarsi, assopiti nel centro del mondo. Allora la vista doveva aver dato origine al corpo. E poi all’odore del mondo, folate incessanti a segnare la strada, quando l’orma dissolta dai venti avrebbe smesso improvvisa di guidare i passi, rendendo il cammino insicuro. E allora l’odore era l’unico modo per tornare sui passi e non perdersi. Come sottovento tracce esili.

Senza nemmeno rendersene conto Kun’as aveva ripreso il suo cammino. Il volo radente di un gheppio solitario lo riportò al deserto che ora aveva davanti, sulla strada, a volte stretta e tortuosa, a volte larga e persa verso l’orizzonte che lo aveva portato in quel luogo isolato e che ora era giunta sull’altura, proprio come i viandanti gli avevano indicato, ancora una volta, esattamente. Verso chissà quale altra meta.


E un altro odore poteva assalire fin dentro la mente. Era il riconoscersi. Esplorare l’apparenza l’uno all’altro, non ancora emanata e scandita da alcun nome. Così che nessuna memoria sarebbe rimasta, se non trasformata in rumore, voci e vento, finalmente nomi. Da chiamare e tenere vicino. E su di essi provare il sapore. La sabbia data al rotolarsi, l’acqua al rollio, le onde a sparire, l’aria esausti a cadere. E ancora sulla bocca sarebbe rimasto il sapore nel buio di un atto d’amore. E infine sarebbe stato l’urlo e la voce. Per ultimo il caldo del fuoco. La forza a spezzare la resa. E per la prima volta, la quiete.

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Ho voluto scherzare, raccontando il mio viaggio attraverso il deserto come lo avrebbe fatto l’autore di Guatan Tavara, come se il mio viaggio alla ricerca di qualcosa che neanche sapevo fosse il viaggio di Kun’as alla ricerca di Càndor. D’altra parte con quali altre parole, se non quelle che descrivono il cammino visionario di Kun’as, sarebbe possibile descrivere la strada di quel luogo magico e maledetto che è il deserto?

Ad ogni modo, tornando ai nostri tempi, fin qui il viaggio di Kun’as attraverso Arùa… ma la strada del deserto continua e altre carovane si formano lungo Guatan Tavara…

attraversando villaggi fatti di niente  eppure pieni di vita e colori 

fino ad arrivare al miraggio di un caffé nel deserto. Il café del sultano. Ovviamente. Con tanto di cartello stradale a indicare la strada.

Guatan Tavara, naturalmente.

(Questo post è dedicato – oltre a tutti quelli che amano i viaggi, il deserto e i viaggi nel deserto – in particolare a Millebolle e Merlocanterino. Per i seguenti motivi: affetto, condivisione, piacere e perché so che ci si ritroveranno…)

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Le Vie di Bratislava

Posted in Europa, I nostri viaggi, Strade da raccontare, Strade da vedere with tags , , , , , , , , , , , , , on marzo 7, 2008 by guatantavara

 

Le vie di Bratislava sono come disegni colorati dai bambini

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Le vie di Praga sono come linee sospese tra geometrie di storia e fili di memoria

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I viali della Défense sono come soldatini sul tappeto di un non-luogo

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Le strade verso Salamanca sono dritte come solitudini

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Le vie di Cambridge sono come cigolii di biciclette nascoste dalla nebbia…

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… come scie notturne all’uscita da teatro

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Le vie dei flamant rose sono come graffiti nei cieli di Camargue

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Le Avenue di New York sono agitate e mosse come notti insonni

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Le vie del deserto sono sterminate come pensieri solitari

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Le vie di Sofia sono come fermate di tram ad aspettare il tempo

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Le statali verso i grandi laghi sono come duelli contro un nemico che non c’è

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Le strade verso il Canada sono come viaggi dentro Luna Park di cartapesta

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Le vie di Londra sono come fruscii d’autunno nel letto di due amanti

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…continua…