Archivio per Guatan Tavara

Verso il lago inventato di Alma

Posted in Guatan Tavara, Strade inventate with tags , , , , , , , on marzo 11, 2010 by guatantavara

Tra tutte le creature inesistenti e inventate, Alma era l’unica ad avere carne, respiro e un lago tutto per sé,

incanto di luce filtrato in una fitta boscaglia popolata di anime brute, altra parte di uno specchio che all’improvviso smette di essere solo riflesso e comincia ad andare per suo conto

a volte sferzato, battuto e piegato dal vento

a volte dolce brezza che si piega in se stessa

Al lago di Alma si arriva solo da tempi contrapposti,

si giunge lì solo per cercarla, per sorprendersi di trovarla,

come partendo da un luogo in cui tutto deve ancora avvenire,

dove sarebbe impossibile incontrarsi

e, per questo, si torna indietro, dove non si è mai stati,

dove ha avuto inizio ogni assenza, e più indietro ancora,

fino al luogo dove sorgono gli incanti e si piegano alla volontà i pensieri,

dove, spietate, prendono forma le infatuazioni;

ed essere lì è come riprendere un cammino interrotto,

giungere in un luogo che ancora non esiste eppure dove si è già tante volte stati,

là dove sfumano in nebbia le lusinghe,

là dove tutto è disincanto, dove non si addomesticano più i sogni, dove le infatuazioni si liquefanno, e ancora più avanti,

fino ad afferrare – come tanti – un qualunque incontro, tagliargli le ali, metterlo in gabbia

fino a richiudersi muti a difesa di sé. Dove il lago di Alma finisce e comincia la notte del mondo

Annunci

Farewell Road (la strada dove si incontrano gli addii)

Posted in Guatan Tavara, Strade inventate with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on agosto 4, 2009 by guatantavara

Farewell Road è la strada di chi va avanti senza curarsi mai del tempo.

Neve

Lì dove si incontrano strane forme di vita, sentieri popolati di memorie e disincanti,

sentiero

di occhi vivi come amori di una notte e frasi sospese come addii.

ING019

Increspature dell’anima al momento del distacco

Increspature

Farewell Road è disseminata di addii che riempiono la notte come le ombre i ricordi.

Ombre

Ombre 2

Strade che scompaiono verso ciò che non potrà mai essere.

081205_0079 th

Farewell Road è disseminata di fiori selvatici, costellazioni ininterrotte di solitudini che fanno della vita il prato unico del non sapere dove sei.

Prato unico

Lungo Farewell Road puoi trovare pietre miliari di solitudini che messe assieme formano il lungo tragitto dell’addio.

DSC_0048 th3

Come Farewell Road, anche lungo Guatan Tavara puoi incontrare nessuno e a quel nessuno dire addio

080818_0036 2

Kun’as – nel suo vagabondare alla ricerca di Càndor – riempie la sua assenza di incontri e smarrimenti.

DSC_0059 th

Via via che incontra e lascia sparire alle sue spalle Alces, Marcut, Rosco e la loro antica comunanza, Tigerio e le sue invenzioni, Rosellina e le storie del suo vecchio amato nonno, Darisé e la sua impossibile presenza, Kun’as lascia orme nella sabbia della vita, condannate a restare lì in attesa della prossima onda

Orme

Perché le strade degli addii non assomigliano a rinunce. Piuttosto discese al centro dove ogni giorno nasce il mondo

Sinai

Sono inevitabili come il sortilegio che fa alzare in volo l’alzavola verso sud,

Sortilegio

sono sguardi che feriscono senza sanguinare,

090628_213 - thr

sono fastidi come tossi notturne, hanno il profumo di un pomeriggio accaldato tra le colline, sul crinale immobile come sempre è aspettare settembre,

Crinale

il rumore di un respiro a perdifiato che si ritrova a rincorrere se stesso, fin dove persino il pensiero non alberga più.

090628_242 - th

Come a ritrovarsi nel tempo in cui soli si incontrano i paesi disegnati nelle favole

Favola

= ^= ^= ^= ^= ^= ^= ^= ^=

Come Guatan Tavara, anche questo Blog è popolato di passaggi fugaci, di anime silenziose che passano di qui senza lasciare traccia, che seguono l’andirivieni di queste pagine come l’onda inevitabile del mare torna là da dove si è certi di provenire.
Là dove si è lasciata l’anima per sempre.
Anche dopo aver percorso Farewell Road,
la strada dove si incontrano gli addii.
A tutti coloro che sono passati di qui senza lasciare traccia è dedicata questa favola

La côte sauvage e altri affetti

Posted in Europa, Guatan Tavara, I nostri viaggi, Strade da raccontare with tags , , , , , , , , , on marzo 28, 2009 by guatantavara

Mancava il mare a Guatan Tavara.

Quiberon - La côte sauvage

Sembrava come se Kun’as non lo amasse.

On the border of a dream

“E invece il senso del mare Kun’as non lo aveva più, perché per lui, e per il resto della sua gente, la primitiva essenza del mare si era persa da tempo, come il neonato perde il liquido del ventre materno.”

Così comincia, più o meno Guatan Tavara.

E dal quel senso mancato di mare, Kun’as parte per la sua disperata ricerca di Càndor. Viaggia per ogni luogo esistente e inventato, pieno di dolori e altri affetti. Di coste selvagge dell’animo.
Senza mai potersi ritrovare nemmeno per un attimo davanti ai tramonti di isole amiche.

Isle of Palmarola #03

Fino a che…
” un inconfondibile odore fu portato improvvisamente da una brusca folata di vento. Un ricordo che sembrava cancellato per sempre si riaffacciò nella memoria di tutti. Si videro apparire di nuovo tutte le storie che cieche violenze avevano cancellato, per quell’unica forza che ora li attraeva e e si rivelava dal nulla come la loro unica salvezza. La barca superò lo scoglio. E una grande acqua blu apparve all’orizzonte, alla fine dello stretto fiordo in cui il fiume moriva.  Era il mare.”

onde-21

E così finisce, più o meno, Guatan Tavara (mi dispiace per chi non lo ha letto… se ho svelato il suo segreto più profondo… che è stato scritto per chi ama il mare e deve starne lontano!) e Kun’as può finalmente godersi di nuovo il tramonto, in una qualunque delle sue isole amiche…

Isle of Palmarola  #02

Ma prima di continuare, permettete che metta una colonna sonora che ci accompagni in questo viaggio sul mare… e chi se non Poseidone?…

Il mare è per tutti una lunga attesa, come fosse l’alta marea all’Estoril

Waiting for the High Tide

come fosse una veglia notturna, trattenendo il respiro fino all’alba.

Sunshine at the Adriatic Sea - 80214

l luoghi del mare possono essere il rifugio trasparente della barriera corallina

the-reef-42

protetti dal faro di Ras Mohammed

Ras Mohammed 0047

E il mare può essere bello come tutti i colori del mondo.

Blu

blu

Oro

gold

Ametista

amethyst

Cremisi e zaffiro

crimson-and-sapphire

Il luoghi del mare possono essere increspati per fare paura

verso-cabo-da-roca-p145

ma possono essere increspati per offrirsi al gioco di ragazzi

verso-cabo-da-roca-p158

Il luoghi del mare possono essere l’inizio del mondo

sunshine-at-north-cape

E la fine

midnight-sun-at-north-cape1

Ci si può lasciar navigare sopra, come fossimo fenicotteri rosa, in volo verso il nostro altrove

Camargue F144

Camargue F168

I luoghi del mare possono essere come le spazialità di Rothko

dedicated-to-rothko

o come un dipinto romantico dei colori di Turner
drawing-the-see

Le onde del mare ci riportano nei luoghi dei primi amori, e poi ci rilasciano a riva, sapendo che lì – proprio come le onde – vanno a morire, risacche di memorie mai smesse.

onde-1

I luoghi del mare, come i nostri affetti più cari, non possono che essere i luoghi dove la luna ci racconta una storia.

Dedicated To The Moon #3

E la storia del mare continua…

Le strade dove nascono gli incantesimi

Posted in Europa, Guatan Tavara, I nostri viaggi, Strade inventate with tags , , , , , , , , , , , , on febbraio 9, 2009 by guatantavara

Arrivare in Bretagna è come liberarsi dal peso del mondo e volare dentro una favola.
flying-into-a-fable

E’ come cercare un tempo che non esiste.

saint-michel-06

Luoghi del pensiero che vedi volteggiare nell’aria, liberi come i gabbiani irridenti a Pointe du Raz.

pointe-du-raz-02

pointe-du-raz-01

La Bretagna è confondersi nei colori pastello di Cap Frehel.

cap-frehel-03

cap-frehel-011

Le strade dove nascono gli incanti le vedi dall’alto della collina di Menez Hom
menez-hom

si insinuano nelle anse del mare, blu come l’orizzonte, dietro Pointe de Penhir

pointe-de-penhir-01

Nascoste nella nebbia assieme  a Mago Merlino, nella calma di Pointe de Penmarc’h

pointe-de-penmarch-01

pointe-de-penmarch-02

pointe-de-penmarch-03

Aspettano che salga la marea sotto Dinard

dinard-012

Di fronte, misteriosa come la fortezza impenetrabile dell’anima della Dama del Lago, punta verso il cielo la guglia di Saint Malo

saint-malo-01

Fino a perdersi a Saint-Michel. Dove si arriva da tempi contrapposti. Chi si sorprende di averla trovata, la strada dell’incantesimo, come partito da un luogo in cui tutto doveva ancora avvenire,

saint-michel-01

dove sarebbe stato impossibile incontrarla e per questo tornato indietro, dove non si è mai stati, indietro fino a dove aveva avuto inizio la sua assenza, e più indietro ancora, fino al luogo dove sorgono gli incanti e si piegano alla volontà i pensieri, dove, spietate, prendono forma le infatuazioni.

saint-michel-02

e chi, proiettato fin lì da un passato di amori sciupati, a riprendere un cammino interrotto,

saint-michel-03

essere lì è come essere giunti in un luogo che ancora non esiste, dove pure si è già tante volte stati,

saint-michel-04

là dove sfumano in nebbia le lusinghe, là dove tutto è disincanto, dove non si addomesticano più i sogni, dove le infatuazioni si liquefanno,

saint-michel-08

e ancora più avanti, fino ad afferrare – come tanti – anche questo incontro, tagliargli le ali, metterlo in gabbia, fino a richiudersi muti a difesa di sé.

saint-michel-09

E trovarsi lì, per quella oscura seduzione che ognuno cerca in sé e non trova in altri. Incontrarsi nell’unico luogo ammesso.

saint-michel

e ritrovare Guatan Tavara più in là, dove gli incantesimi finiscono per sempre

strada-d790

strada-d790-02

Un anno lungo Guatan Tavara

Posted in Guatan Tavara with tags on gennaio 8, 2009 by guatantavara

Giusto un anno fa cominciava il cammino lungo Guatan Tavara…
Da allora su questa strada si sono avventurati 10245 passi, che davvero a me sembrano tantissimi…
Mi sorprende che siano state le Vie che attraversano il tempo le più seguite (quasi 1000 volte) e poi, a grande distanza, le Vie di Bratislava, la strada E06, Roma-Nordkapp, la Venezia mai stata, le strade di Milano. Come se fossero i racconti e le tracce dei luoghi nei quali siamo passati – ricordi personali che diventano piccole pietre miliari nella vita – ad essere il nostro più caro oggetto di ricerca e, forse, emozione.

Ringrazio soprattutto Heath, la prima ad avventurarsi, tutta sola, qui dentro. Bruce che continua a sostenermi. Irene che è l’ultima che ci è passata… e poi tutti gli altri che hanno lasciato una traccia… per andare subito via o restare.

C’è stato  poi chi è restato silenzioso ai bordi di Guatan Tavara a guardare passare il tempo, scorrere i pensieri, girare per il mondo attraverso i miei sguardi, ma che ha comunque lasciato in altro modo un segno. E anche in questo caso la mia più profonda gratitudine…

Il caffé nel deserto

Posted in Guatan Tavara, I nostri viaggi, Nord Africa with tags , , , , , on settembre 10, 2008 by guatantavara

Kun’as, superata una vasta distesa di campi inariditi e saliscendi sassosi, si trovò davanti ad una piana desertica che sembrava non aver fine.
Da lì, incuneandosi tra le ombre ondeggianti disegnate sulla terra dai saliscendi delle dune, Guatan Tavara si avventurava e si perdeva dentro un’unica ignota traccia che scompariva solo all’orizzonte, come una solitaria, minuscola impronta sulla pelle che si intrufola nelle pieghe della mano, sola visibile linea della vita tra le tante vite nascoste del deserto.

Davanti a Kun’as si aprì, imponente, il deserto di Arùa. Offrì al suo grato stupore l’incantevole metamorfosi di secoli di vita. Soprattutto, ciò che appariva all’inizio come la monotona ridondanza di una desolazione ondulata si trasformò a poco a poco in uno scenario di vitalità inaspettata, sorprendente calendario di stagioni e di ere. Iniziava roccioso il deserto di Arùa, hammada di croste e screpolature, ferite della terra nel silenzio illimitato. Il silenzio era l’unica fissa etichetta che marcava il deserto e le sue forme mutevoli. Era silenziosa ogni pianta, ogni animale, così come lo era ogni umano pensiero. 

Da quella prima, ruvida compagnia delle rocce Kun’as fu ben presto abbandonato; quasi senza accorgersene si ritrovò in un mondo ciottoloso, serir levigato e pianeggiante, percorribile senza sforzo, come nel sogno di un sonno leggero, appena accennato, quasi che la leggerezza dei sogni dipendesse dalla leggerezza del sonno, quasi che i sogni dei sonni leggeri fossero essi stessi soffi leggeri, e non come i suoi, gravi lanciati in caduta libera, attratti dalla veglia, scacciati dall’insonnia.

Ma anche quello scenario durò poco e, ancora senza fatica apparente, Kun’as lasciò l’acciottolato percorso e le piccole pietre al loro destino per entrare tra le onde di un erg sconfinato, deriva di flutti sabbiosi entro cui le ultime pietre si perdevano rare.

Era un nuovo paesaggio, a lui sconosciuto, stabile profondità di chiaroscuri, per nulla desolato, come se fossero le dune solo un lungo intervallo tra le oasi.

L’erg si riposava, dopo lo scempio di un altro sfregio subito dal vento. Le dune cambiarono forma, disgregandosi, viventi, in mille disegni: barcane, dune a forma di falce, parabole a cresta, ondeggianti in lunghe dorsali. E in migliaia di dune a sayf, scimitarre assottigliate alle punte, come una vita che nasce o che muore. Le linee delle creste si ergevano in una successione di picchi e insellature per chilometri e chilometri.
Le mezzelune delle dune attorniavano Kun’as. Era giunto nel cuore del deserto, se si fosse perduto lì non avrebbe avuto scampo. Lo desiderò, per un attimo. Poi, si sentì passare tra i piedi una lucertolina e allora, quasi vergognandosene, si sentì vivo di nuovo, nel controsole che arrossava il cielo, solidale al suo imbarazzo. La sabbia intanto si stava raffreddando per la sera che lentamente scendeva.

Il passaggio di Kun’as nel deserto stava diventando un viaggio nel viaggio. Era una trasmigrazione di vite, celate tra la disfatta minacciosa dello scibile più doloroso, amaro e infelice come ogni sapienza, e il miraggio di un lontano villaggio da fondare di nuovo. Aveva toccato le punte estreme di un periplo cosmico, dalla dannazione del diavolo del deserto, col suo vortice a insabbiare le anime e a tenere lui ancora separato da tutto, alla scalata verso la cima di una duna stellare, che lo aveva avvicinato di nuovo alla dolce dulia di cercare da lì sopra un amore lontano.

E dalle vite nascoste del deserto Kunas fu rapito, tanto da essere distolto dal suo stesso cammino. Era ormai tanto che camminava, aveva perso il contatto con ogni punto di riferimento riconoscibile, era vinto dalla stanchezza, si sentiva incerto sulla strada da seguire, così si fermò. Avvinto dal silenzio, si mise ad osservare il paesaggio che aveva attorno. Non era mai stato così solo e così lontano da tutto, non c’era nessuno nel raggio di un urlo o di colpo d’occhio e solo il lento volteggiare di rapaci lontani faceva da sponda tra lui ed il mondo. Era da solo, eppure un groviglio disarticolato di pensieri gli teneva compagnia, muovendosi dentro di lui in assoluta libertà, inarrestabile, a intrecciarsi e districarsi. In mezzo a quel deserto, che pure sapeva essere popolato di vita, e vita di quella forte, pensò a quali tra le possibili cosmogonie dell’anima poteva averlo condotto fin lì.

Come ogni spazio deserto anche quello gli fece venire in mente la vita. Forse perché la vita, e ogni sua traccia, la si scopre subito nelle terre deserte. Lascia lì le tracce visibili del suo percorso, come il filo della memoria ostentato da un nomade ad ogni sua sosta, o come i segni tracciati dall’ignoto sulle visioni di un veggente. E se la cosmogonia dei corpi e delle anime era cadenzata dai passi del percepire, segnata dal tatto delle circostanze, assordata dal rumore dell’accadere, esalata dal fumo dell’apparire, rivelata dalla luce del nascere, urlata dal ventre liberato della vita, Kun’as si stupì a domandarsi se era solo degli uomini vedere, sentire, toccare, odorare, assaporare.

Che forse il mondo stesso aveva visto, ascoltato, annusato, sfiorato, assaggiato la vita e che, forse, il mondo avrebbe potuto percepire se stesso. Così, era stato, forse proprio in un luogo simile a quello, in un qualche deserto sperduto, che il mondo si era svegliato all’inizio di tutto e, per mezzo del suo primo vedere, aveva dato ordine ai segreti violati della notte, a sussulti di albe nebbiose, a visioni accecanti tra le fauci aperte del cielo.

E la vista doveva essere stata subito disorientata da forme irrequiete, indurite nelle croste di faglie precarie, come cicatrici future o solchi profondi nell’ombra della terra annegata.  La terra avrebbe seguito lente derive, stanchi assestarsi, assopiti nel centro del mondo. Allora la vista doveva aver dato origine al corpo. E poi all’odore del mondo, folate incessanti a segnare la strada, quando l’orma dissolta dai venti avrebbe smesso improvvisa di guidare i passi, rendendo il cammino insicuro. E allora l’odore era l’unico modo per tornare sui passi e non perdersi. Come sottovento tracce esili.

Senza nemmeno rendersene conto Kun’as aveva ripreso il suo cammino. Il volo radente di un gheppio solitario lo riportò al deserto che ora aveva davanti, sulla strada, a volte stretta e tortuosa, a volte larga e persa verso l’orizzonte che lo aveva portato in quel luogo isolato e che ora era giunta sull’altura, proprio come i viandanti gli avevano indicato, ancora una volta, esattamente. Verso chissà quale altra meta.


E un altro odore poteva assalire fin dentro la mente. Era il riconoscersi. Esplorare l’apparenza l’uno all’altro, non ancora emanata e scandita da alcun nome. Così che nessuna memoria sarebbe rimasta, se non trasformata in rumore, voci e vento, finalmente nomi. Da chiamare e tenere vicino. E su di essi provare il sapore. La sabbia data al rotolarsi, l’acqua al rollio, le onde a sparire, l’aria esausti a cadere. E ancora sulla bocca sarebbe rimasto il sapore nel buio di un atto d’amore. E infine sarebbe stato l’urlo e la voce. Per ultimo il caldo del fuoco. La forza a spezzare la resa. E per la prima volta, la quiete.

———————————————-

Ho voluto scherzare, raccontando il mio viaggio attraverso il deserto come lo avrebbe fatto l’autore di Guatan Tavara, come se il mio viaggio alla ricerca di qualcosa che neanche sapevo fosse il viaggio di Kun’as alla ricerca di Càndor. D’altra parte con quali altre parole, se non quelle che descrivono il cammino visionario di Kun’as, sarebbe possibile descrivere la strada di quel luogo magico e maledetto che è il deserto?

Ad ogni modo, tornando ai nostri tempi, fin qui il viaggio di Kun’as attraverso Arùa… ma la strada del deserto continua e altre carovane si formano lungo Guatan Tavara…

attraversando villaggi fatti di niente  eppure pieni di vita e colori 

fino ad arrivare al miraggio di un caffé nel deserto. Il café del sultano. Ovviamente. Con tanto di cartello stradale a indicare la strada.

Guatan Tavara, naturalmente.

(Questo post è dedicato – oltre a tutti quelli che amano i viaggi, il deserto e i viaggi nel deserto – in particolare a Millebolle e Merlocanterino. Per i seguenti motivi: affetto, condivisione, piacere e perché so che ci si ritroveranno…)

I nomi di Guatan Tavara

Posted in Guatan Tavara with tags on luglio 4, 2008 by guatantavara

Guatan Tavara è un racconto fatto di nomi. In ordine di apparizione Sepelia, Kun’as, Càndor, Aquaria, Alces, Yana, Marcut, Rosco, Simploi, Folco, Caluma, Tusit, Huldim, Golbeli, Antimathala, Sin Kizé, Sauro, Osso, Vicious, Borgo Malnome, Ruutbana, Angus, Glauco, Pietramalia, Demetra, Mila, Brenthya, Tigerio, Maluibon, Darantasia, Arùa, Ambadoni, Montemarcio, Auleia, Cernibar, Veldhary, Locupleta, Esguerer, H., N., Laganur, Vanoldo, Smarat, Castello della Terra Amata, Castello della Terra Desolata, Rona, Alma, Laquenau, Palisi Tamgaard, Hjerkin, Allein, Mon, Mad, Ose, Vul, Rel, Att, Dia, Ary, M61, Cec, Luc, Ylv, Mar, Iff, Lju, Darisé, Jiardi, Tuì, Auleia, Urvan Terleq, Del Lago, Ieso, Sguizzaro, Gabiar, Eudieghes, Rosellina, Dilien Du, Thaaa, Jacobi, Zunyat, Cabanosa, Dalerbira, Dys Kizé, Maman Luz, Glomus, Edura, Vrajan, Viharin, Brantha, Vanargo, Atana, Poleno, Desarrago, Samyana, Balthazar, Feba, Caltus, Mouguette, Dedée, Gervaise, Voord, Suthi, Pecca Vakassa, Armod, Maghader, Ibar Lacuna, Banlaabo, Itoari, Arampati, Marasco.

Inventati, derivati, calcolati, trovati, mescolati.

Ognuno è qualcosa o qualcuno, dati mai a caso tranne quelli nati per caso. Alcuni bellissimi, me lo dico da solo, altri da ridere, prima che me lo diciate voi. Vengono da lingue morte e idee vive, raccontano più della storia di Guatan Tavara. Sono nomi di forma frattale, dentro ogni nome ci trovi l’invarianza di scala di altri nomi, da cui nascono e a volte muoiono. Sono nomi a forma di rizoma, da un nome ne spunta un altro, e da quest’altro – in qualunque suo punto – ne può spuntare un altro ancora, non sai da dove, non sai perché. Non si sa dove vanno ma si sa da dove vengono. Vengono da parlate lontane, immagini perdute nella memoria, come l’origine di Guatan Tavara. Sono nomi in forma di cabala, ognuno nasconde un sapere e un segreto.

Ruotano attorno al vagabondare, al tempo, alla strada, al cammino, all’ultima terra, a volte al tradimento, mai all’amore, sempre allo stare da solo, ad arcangeli e sephirot, a città, fiumi, vallate, deserti. Luoghi e non luoghi.

Se la leggerete, la storia, forse qualcuno lo amerete, altri li odierete. Sono facili da significare, impossibili da capire. Sono, i nomi di Guatan Tavara, la stessa storia di Guatan Tavara. Sono come l’idea del mare, che è fatto di gocce che non si vedono.