Archivio per 1968

Le strade del maggio (e degli anni a venire)

Posted in Le nostre strade, Strade inventate with tags , , , , , , , , , on agosto 26, 2008 by guatantavara

La strada della vita si divide in due, e mentre procede dritta dritta (almeno fino a che non curva all’improvviso) come le strade blu di Maremma o verso Ras Mohammed ti lascia guardare attorno: da un lato ci trovi il non ero ancora nato , dall’altro il c’ero anch’io. In mezzo ci sei tu, davanti hai la linea dritta del futuro, anche se non sai dove ti porterà, se guardi dietro ritrovi solo qualche sorriso e il primo bacio. Io, ad esempio, potrei dire che non ero ancora nato quando l’uomo inventò la ruota – e per uno che scrive di strade è una bella perdita – ma c’ero anch’io quando inventarono le tubeless. Non ero ancora nato (almeno di capoccia) quando uscì nel blu dipinto di blu, e penso che un sogno così non ritorni mai più, neanche a dipingersi le mani e la faccia di blu, ma c’ero anch’io quando uscì Whole Lotta Love

Child in Time, o Carefull with That Axe Eugene,

e anche 21st Century Schizoid Man

e via psichedelizzando, per non dire di Hey Joe, live a Woodstock

E soprattutto c’ero anch’io sulle strade del maggio francese.

Cioè… c’ero è un po’ esagerato, diciamo che le vedevo e le rubavo alle storie liceali di mia sorella. Ricordo poco di Valle Giulia (che tra l’altro è venuta prima del maggio francese)

ma il ’68 è anche, almeno un poco, mio. Andavo per i tredici anni e insomma ero proprio giunto dove Guatan Tavara fa la prima curva della vita. Da moroteo divenni alternativo, con tutto quello che allora significava. Fu repentino il taglio, tanto che non tagliai più i capelli, indossai eskimo, sciarpa rossa e scarpe da ginnastica. Rifiutai la borsa di Tolfa, troppo costosa, e adottai un tascapane da portalettere praghese (un segnale per quello che stava per accadere?) tanto da essere soprannominato da allora Cicciopostino (eravamo crudeli allora). Ad essere teneri, insomma, ero un compagno fricchettone.

Ora mi fanno ridere, per non dire piangere, quelli che si atteggiano a storici di professione o d’elezione e dicono che il ’68 è stato un’invenzione, una montatura, un periodo millantatore di inesistenti eredità culturali. Vuol dire che non l’hanno vissuto o che non avevano tredici anni. Allora, in quel preciso momento, la strada cambiò. Imparammo da allora a vedere le cose che avevamo a lato, persino dietro di noi, imparammo che dai diamanti non nasceva niente, che non era che un debutto, che eravamo realisti perché volevamo l’impossibile, il che non è vero, ma adesso. Imparammo la differenza tra Berkeley e la Sorbona, Breznev e Che Guevara, negli anni a venire imparammo a memoria Fragole e Sangue, Easy Rider, Nashville, riuscivamo anche a vedere tutta la Corazzata Potemkin… Lo so, lo so, Pasolini diceva che lui tra i celerini figli del proletariato e gli studenti figli della borghesia, ecc. ecc., ma forse si riferiva ai Feltri, Liguori, Lerner, Mieli, Mauro e tutti quelli che sarebbero diventati direttori di testata, e tutti quelli simili a loro che a quel tempo erano sulle barricate. Forse non conosceva noi, studenti borghesi-stradaroli, che le scajavamo (slang romano per dire che ce le davano di santa ragione) da tutti. In senso social-figurato dai borghesi doc e in senso fisico dagli stradaroli ruspanti con cui condividevamo (se ce lo permettevano) le piazzette di quartiere. Perché tutto era politico, allora, e tutto era allo stesso tempo privato, e le nostre strade (e storie) individuali diventavano la strada (e storia) di tutti. E’ lì che siamo diventati grandi, divisi tra la strada percorsa ritmicamente al grido

il-pro-le-ta-ria-to-non-ha-na-zio-ne
in-ter-na-zio-na-li-smo-ri-vo-lu-zio-ne

e quella scandita dal grido più prosaico…

macchina!!!

(era che giocavamo a pallone in mezzo alla strada poco trafficata di allora, facendo le porte con la pila dei libri di scuola e quel grido era di chi ci avvertiva di spostarci per lasciar passare la macchina…).

Insomma, tra la primavera del ’68 e l’inverno del ’69 vedemmo, il maggio francese, la primavera di Praga, la morte di Bob Kennedy e Martin Luther King, l’autunno caldo, la strage di Piazza Fontana, eravamo immersi nella guerra del Vietnam… Tutto questo cementò in alcuni di noi idee… che ancora ci portiamo dentro e che nessun crollo di muri, nessun 11 settembre, nessun Italicus, Ustica, Stazione di Bologna, nessuna Via Fani ha fatto vacillare. Semmai ha rafforzato. Finora.

A quel tempo ancora non fotografavo e quindi mi tocca attingere ad archivi non miei, senza poter dare la mia visione di allora.

testo di cui non mi assumo la responsabilità… mentre vi regalo, per chiudere, due piccoli gioiellini. Il primo è di colui che a sentirlo la prima volta, allora che conoscevo sì e no Sanremo, mi provocò un piccolo shock anafilattico, trasportandomi in un incantesimo da cui – forse – devo ancora uscire.

Il secondo è un pezzo tratto da quella che fu da quegli anni una delle mie colonne sonore. Non potevo immaginare che in quel titolo… 4 Way Street… ci sarebbe passata tutta Guatan Tavara.