Archive for the Strade da leggere Category

…al termine della notte

Posted in Strade da leggere with tags , , on luglio 17, 2008 by guatantavara

“Ho finito per addormentarmi sulla domanda, nella mia notte privata, quella bara, tanto ero stanco di camminare e di non trovare niente.”

In questo tuffo nelle strade dell’anarchismo e dell’eresia letteraria, e in una notte che chissà perché non mi lascia presagire che strade inutili, dopo Stigerman incontriamo uno scrittore controverso, impossibile da amare, casomai da detestare per come la pensava, ma la cui scrittura ci attrae come le efemere alla lampada. Louis-Ferninand Céline. E il romanzo è Viaggio al termine della notte.
D’altra parte come non essere attirati da un pezzo così.

Non avevo risposte. Ci si può perdere andando
a tentoni tra le forme trascorse. È spaventoso
quante ce ne sono di cose e persone che
non si muovono più nel tuo passato. I vivi
che si smarriscono nelle cripte del tempo
dormono così bene con i morti che perfino
un’ombra già li confonde. Non si sa più chi
risvegliare quando si invecchia, se i vivi o i morti.

E’ lungo una strada contorta e nichilista il viaggio di Céline al termine della notte. Popolato di persone rese di un normale cinismo dagli occhi stessi dell’autore.

Come questa

Allora i sogni affiorano nella notte per andare a incendiarsi
nel miraggio della luce che si muove. Non è affatto la vita
quello quel che accade sugli schermi, resta dentro un grande
spazio torbido per i poveri, per i sogni e per i morti. Bisogna
fare in fretta a ingozzarsi di sogni per attraversare la vita
che vi aspetta fuori, usciti dal cinema, resistere qualche
giorno in più attraverso quell’atrocità di cose e uomini.
Uno sceglie tra i sogni quelli che gli riscaldano meglio
l’anima. Per me, lo confesso, erano quelli sporchi.

Ma sono le domande sul tempo passato, sul riconoscere anime che nemmeno ce l’hanno, un’anima, sui perché del nulla ad affascinarmi maggiormente.

Scopri in tutto il tuo passato ridicolo tante di quelle ridicolaggini, inganni, credulità, che vorresti forse smettere di colpo d’essere giovane, aspettare che la giovinezza si distacchi, aspettare che ti sorpassi, vederla andarsene via, allontanarsi, guardare tutta la sua vanità, toccar con mano il suo vuoto, vederla ripassare ancora davanti a te, e poi tu andartene, essere sicuro che se ne è proprio andata la tua giovinezza e in gran tranquillità, per conto suo, tutto suo, ripassare piano piano dall’altra parte del Tempo per guardare davvero com’è che sono la gente e le cose.

Per concludere con queste annichilenti parole, che non lasciano speranza.

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.
E poi, forse non si saprebbe mai, non si troverebbe niente. È questo la morte.

E’ un modo non allegro di chiudere un post, per la verità, ma serve un po’ a compensare futuri scherzi, lazzi e sciocchezze e ogni sorta di nefandezze scribacchine che avveranno lungo Guatan Tavara.

Il viaggiatore

Posted in Strade da leggere, Strade interrotte with tags , , , on luglio 6, 2008 by guatantavara

In questo Blog si parla spesso di viaggi. Di viaggi veri, che restano nei nostri ricordi per sempre, e di viaggi inventati, che albergano solo nei nostri pensieri, solitari ed effimeri.
Quanto più sono nitide le strade dei primi, tanto più sono confuse quelle dei viaggi inventati. 
Così a volte, i primi continuano ad essere vivi, senza concludersi mai, mentre i secondi si interrompono anzitempo, incompiuti, e si perdono tra le tracce del nulla.

Stig Dagerman li ha interrotti tutti e due i suoi viaggi. Volontariemente e anzitempo. Lasciandoci uno scritto così amaro che di più sarebbe impossibile pensare.

E ce lo fa sentire così vicino questo epitaffio, che quasi lo lasceremmo volentieri sul nostro cammino. Lungo le tante strade intraprese e interrotte per un nonnulla o una delusione. Lo lasceremmo nei cuori di incontri fugaci, in occhi mai più ritrovati, nell’album di foto sbiadite. Persino sulla scrivania dei nostri uffici.

Strade in versi

Posted in Strade da leggere, Strade da raccontare, Strade in versi with tags , , , , , on marzo 14, 2008 by guatantavara

Se cantare le strade è facile, fin troppo forse, non la stessa cosa succede con la poesia.
O almeno, io ho trovato con difficoltà versi che la strada la recitano.

Ci sono molti versi isolati, belli, ma senza lo spirito dell’erranza, il senso del vagabondare, non è facile trovare il motivo dominante del cammino né dello starci sopra le vie o del vivere la strada.

Eppure, alcuni versi che ho trovato sono bellissimi…

Potrei cominciare con questi…

Ogni giorno decapita un’ora all’infanzia
lascia all’occhio il tempo
________e al tempo lo spreco
la stazione merci e il vapore
________ delle locomotive e lo sporco pigro fiume
che si trascina via la strada della miniera
________ la strada regia verso Przesklabje
________ infanzia eterna
dove le tue immagini crescono da fumo e sogno e fiamme.

Anche perché questa stessa poesia, Infanzia a Gleiwitz, di Horst Bienek, poeta tedesco contemporaneo, ad un certo punto fa così…

E’ infanzia ricordo
o ricordo infanzia
________ che cosa rimane
________ un gesto un sorriso la carezza sopra i capelli
allarme aereo un bacio dovuto
________ che si è atteso invano una sera
________ una stanza
________ riempita di vuoto
________ moltiplicata con la notte

Sono versi che con la strada c’entrano poco ma sono belli lo stesso…

(1 – continua… con Dylan Thomas, Liriche cinesi e tanto altro…)

Strade da leggere

Posted in Strade da leggere, Strade da raccontare with tags , , , , , , , on febbraio 28, 2008 by guatantavara

Mi è capitato di recente… di leggere (o rileggere) tre storie sulla strada. Sono tre libri classici, molto famosi, tre diverse scritture in cui la strada non è solo di asfalto o terra, ma è anche percorso, iniziatico o terminale, alla ricerca di altro da sé e alla scoperta (o smarrimento) del sé.Tutti e tre parlano di un viaggio fatto più o meno negli stessi luoghi, e cioè attraversando l’America, ma così diverso l’uno dall’altro che sembra di leggere di posti lontani mille miglia l’uno dall’altro.

Il primo è, in ordine di lettura, Kerouac. On the Road è una scrittura bustrofedica della vita. È il solco tracciato dall’insoddisfazione del vivere, in un andirivieni continuo da costa a costa. Non ci sono tanto descrizioni di luoghi quanto di situazioni, si potrebbe dire di incrocio con persone che diventano costanti abbandoni senza essere mai stati veri incontri (forse la condanna peggiore per chi viaggia… il continuo abbandono di cose senza averle neanche viste). Non c’è la ricerca di una cosa di preciso pur essendo sempre alla ricerca di qualcosa. Ci si scambiano le parti, ci si scambiano i sentimenti e gli umori, quello che ieri sembrava fatto oggi è svanito nel nulla. La strada non esiste come luogo ma accompagna le vicende di Sal e Dean come una quinta. In questo senso, è davvero un viaggio “sulla” strada.
Letto a vent’anni On the Road è un meraviglioso sogno, riletto a cinquanta è di una irritante inutilità.

Strade Blu (William Least Heat-Moon) è una scrittura circolare della vita, ci fa venire in mente che l’etimologia della parola ricerca deriva dal movimento del cane durante la caccia, quando gira attorno in cerchio alla preda e se la preda è il nostro io allora il girare è in eterno, sorta di pena dantesca per analogia comminata a chi viaggia per conoscere. Strade Blu è una sorta di Life Mining, di estrazione di vita primaria dalle miniere dei luoghi incontrati lungo strade secondarie. Lungo cui trovi mondi che non immaginavi ma che, pur se inusuali, appaiono del tutto naturali, e nulla di straordinario può accadere se non arrivarci ed andarsene. La caratteristica principale è proprio questa. Esistono due piani, lo spostamento tra i luoghi e l’arrivo dentro i luoghi. Non è facile il tema, è l’unico dei tre racconti dove tragitto e meta sono sullo stesso piano. In Strade Blu non ci sono le ampie strade di On the Road, ma solo stradine, ghirigori senza grandi ricordi da conservare ma tanti piccoli incontri che assieme fanno il prato erboso per lo scorazzare della memoria. Non c’è traccia di amore, l’amore il protagonista lo ha dismesso da tempo, lasciato in una discarica coniugale, come non c’è amore negli altri due racconti. È, dei tre romanzi, il più bello, per me.

Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta (Pirsig) è una scrittura abissale della vita, è un alternarsi di tuffi e emersioni nel profondo dell’animo, schizofrenica trasformazione del motociclista nel suo fantasma di un tempo (Fedro) e di Fedro nel motociclista. Fedro è la parte di noi di cui ora abbiamo paura ma che è anche la parte più genuina di noi, irraccontabile al proprio figlio, perché nostro figlio già la sa la parte che non sappiamo di noi… e più di noi ne ha paura. È un libro strano, a metà ti verrebbe voglia di buttarlo dalla finestra, alla fine ti manca, estenuante percorso tra speculazione e vita. Forse la cosa che più rimane è la rottura tra il viaggio di fuori e quello dell’anima. Entrambi verso il passato. Ma, mentre all’inizio la durata della scrittura è prevalentemente lungo la strada materiale e verso l’adesione ad un modello di vita zen, anticipando solo con piccoli cenni il viaggio dell’anima, man mano che ci si sposta verso i luoghi del passato del protagonista, la strada interiore prende il sopravvento e la narrazione dell’abisso in cui si caccia il motociclista nell’essere Fedro diventa assoluta, fino a rimanerci. Al contempo, il viaggio in moto, la descrizione dei luoghi, soprattutto delle strade, soprattutto del clima (pioggia, caldo, vento) che la moto fa percepire all’inizio in maniera pura, pian piano svanisce, poche righe, poche parole e si dissolve.
La postfazione è triste e bellissima. Da sola vale tutto il libro.

* * *

P.S.

I tre libri sarebbero in realtà quattro.
E questo quarto sarebbe in realtà il primo.
E questo primo sarebbe in realtà impossibile metterlo con gli altri.
Per cui ad esso dedicherò una pagina a parte.

E’ un libro in cui la strada non è solo strada ma via, percorso, sogno, pista, spago, cucitura. Vita e memoria.

E’ un libro non commentabile ma solo raccontabile, è un libro da tenere a portata di mano come fosse un moleskine. Perché ci segua come un filo di memoria nella vita. Come fosse la nostra via dei canti.

“E’” … Le Vie dei Canti.