Le strade del maggio (e degli anni a venire)


La strada della vita si divide in due, e mentre procede dritta dritta (almeno fino a che non curva all’improvviso) come le strade blu di Maremma o verso Ras Mohammed ti lascia guardare attorno: da un lato ci trovi il non ero ancora nato , dall’altro il c’ero anch’io. In mezzo ci sei tu, davanti hai la linea dritta del futuro, anche se non sai dove ti porterà, se guardi dietro ritrovi solo qualche sorriso e il primo bacio. Io, ad esempio, potrei dire che non ero ancora nato quando l’uomo inventò la ruota – e per uno che scrive di strade è una bella perdita – ma c’ero anch’io quando inventarono le tubeless. Non ero ancora nato (almeno di capoccia) quando uscì nel blu dipinto di blu, e penso che un sogno così non ritorni mai più, neanche a dipingersi le mani e la faccia di blu, ma c’ero anch’io quando uscì Whole Lotta Love

Child in Time, o Carefull with That Axe Eugene,

e anche 21st Century Schizoid Man

e via psichedelizzando, per non dire di Hey Joe, live a Woodstock

E soprattutto c’ero anch’io sulle strade del maggio francese.

Cioè… c’ero è un po’ esagerato, diciamo che le vedevo e le rubavo alle storie liceali di mia sorella. Ricordo poco di Valle Giulia (che tra l’altro è venuta prima del maggio francese)

ma il ’68 è anche, almeno un poco, mio. Andavo per i tredici anni e insomma ero proprio giunto dove Guatan Tavara fa la prima curva della vita. Da moroteo divenni alternativo, con tutto quello che allora significava. Fu repentino il taglio, tanto che non tagliai più i capelli, indossai eskimo, sciarpa rossa e scarpe da ginnastica. Rifiutai la borsa di Tolfa, troppo costosa, e adottai un tascapane da portalettere praghese (un segnale per quello che stava per accadere?) tanto da essere soprannominato da allora Cicciopostino (eravamo crudeli allora). Ad essere teneri, insomma, ero un compagno fricchettone.

Ora mi fanno ridere, per non dire piangere, quelli che si atteggiano a storici di professione o d’elezione e dicono che il ’68 è stato un’invenzione, una montatura, un periodo millantatore di inesistenti eredità culturali. Vuol dire che non l’hanno vissuto o che non avevano tredici anni. Allora, in quel preciso momento, la strada cambiò. Imparammo da allora a vedere le cose che avevamo a lato, persino dietro di noi, imparammo che dai diamanti non nasceva niente, che non era che un debutto, che eravamo realisti perché volevamo l’impossibile, il che non è vero, ma adesso. Imparammo la differenza tra Berkeley e la Sorbona, Breznev e Che Guevara, negli anni a venire imparammo a memoria Fragole e Sangue, Easy Rider, Nashville, riuscivamo anche a vedere tutta la Corazzata Potemkin… Lo so, lo so, Pasolini diceva che lui tra i celerini figli del proletariato e gli studenti figli della borghesia, ecc. ecc., ma forse si riferiva ai Feltri, Liguori, Lerner, Mieli, Mauro e tutti quelli che sarebbero diventati direttori di testata, e tutti quelli simili a loro che a quel tempo erano sulle barricate. Forse non conosceva noi, studenti borghesi-stradaroli, che le scajavamo (slang romano per dire che ce le davano di santa ragione) da tutti. In senso social-figurato dai borghesi doc e in senso fisico dagli stradaroli ruspanti con cui condividevamo (se ce lo permettevano) le piazzette di quartiere. Perché tutto era politico, allora, e tutto era allo stesso tempo privato, e le nostre strade (e storie) individuali diventavano la strada (e storia) di tutti. E’ lì che siamo diventati grandi, divisi tra la strada percorsa ritmicamente al grido

il-pro-le-ta-ria-to-non-ha-na-zio-ne
in-ter-na-zio-na-li-smo-ri-vo-lu-zio-ne

e quella scandita dal grido più prosaico…

macchina!!!

(era che giocavamo a pallone in mezzo alla strada poco trafficata di allora, facendo le porte con la pila dei libri di scuola e quel grido era di chi ci avvertiva di spostarci per lasciar passare la macchina…).

Insomma, tra la primavera del ’68 e l’inverno del ’69 vedemmo, il maggio francese, la primavera di Praga, la morte di Bob Kennedy e Martin Luther King, l’autunno caldo, la strage di Piazza Fontana, eravamo immersi nella guerra del Vietnam… Tutto questo cementò in alcuni di noi idee… che ancora ci portiamo dentro e che nessun crollo di muri, nessun 11 settembre, nessun Italicus, Ustica, Stazione di Bologna, nessuna Via Fani ha fatto vacillare. Semmai ha rafforzato. Finora.

A quel tempo ancora non fotografavo e quindi mi tocca attingere ad archivi non miei, senza poter dare la mia visione di allora.

testo di cui non mi assumo la responsabilità… mentre vi regalo, per chiudere, due piccoli gioiellini. Il primo è di colui che a sentirlo la prima volta, allora che conoscevo sì e no Sanremo, mi provocò un piccolo shock anafilattico, trasportandomi in un incantesimo da cui – forse – devo ancora uscire.

Il secondo è un pezzo tratto da quella che fu da quegli anni una delle mie colonne sonore. Non potevo immaginare che in quel titolo… 4 Way Street… ci sarebbe passata tutta Guatan Tavara.

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6 Risposte to “Le strade del maggio (e degli anni a venire)”

  1. GT ha steso una strada/griglia bellissima, piena di sassolini/indizi: come si fa a resistere alla tentazione di ripercorrerla, rispondendo colpo su colpo alle SUE strade, alle SUE colonne sonore, agli slogan che GT gridava. Come si fa a non riempire, pigramente, le caselle che lui ha preparato? O sono trappole? GT conosce i suoi polli…
    to be continued

  2. In periferia, geograficamente parlando, vicinissima al centro, ma socialmente e culturalmente distante anni luce, il 68 non arrivava, o almeno non prima del 69-70. Soltanto una volta una scritta gigantesca si materializzò sul grande muro del convento di suore davanti a casa mia: “18 gennaio bandiere rosse a roma. Fascisti, governo per voi sarà l’inferno” e mia madre quando mi vide uscire il 18 gennaio mi chiese: ma non è che vai a bandiere rosse a roma? Io negai con la faccia più tosta e serafica che mi fosse mai venuta. Certo le scarpe da ginnastica, i jeans e un giaccone usato erano un abbigliamento improbabile per qualunque altra occasione. Intorno a me, nella mia periferia, ancora pochi si vestivano così. Piazza Verdi: tirati dentro, per un pelo, passando sotto la saracinesca di un bar che chiudeva le porte alle cariche della polizia e poi la fuga, muro muro, per viale Regina Margherita, giù, fino a piazzale Tiburtino verso la salvezza. La salvezza era la fabbrica occupata della coca cola, in fondo, tra tiburtina e collatina.
    Piazza Fiume: uno schieramento di polizia impressionante con i lacrimogeni già in canna: non ce l’ho fatta, con la morte nel cuore ho lasciato gli altri e ho ripiegato verso casa (infelice quella patria che ha bisogno di eroi, ho pensato.). Ho visto gli scontri in tv. E i film. “Fragole e sangue” al nuovo olimpia – chi stava in piedi a chiacchierare, chi fumava, chi si appartava e chi vedeva il film urlava e applaudiva alla scena in cui qualche studente – raramente – riusciva ad avere la meglio sulla polizia.
    E “La battagli di Algeri”, “I cannibali” di Liliana Cavani, i film di Pasolini – tutti – “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e i cinema erano rigorosamente d’essai, come il Farnese e il Filmstudio. E la colonna sonora? Beatles, Stones, Dylan, Baez, Simon & Garfunkel.

  3. Nel ’68 avevo nove anni. Troppo giovane per percepire il vento del cambiamento , ma già abbastanza sensibile da farmi colpire da alcuni dettagli. La morte spettacolare e coraggiosissima del giovane Jan Palach, per esempio. Ricordo che, tornando da scuola, comprai una copia del settimanale Epoca che aveva in copertina il volto sfigurato del giovane praghese , poco più grande di me. Mi chiesi se era possibile morire per i propri ideali. Oggi so che é possibile, anche se spero sempre che non debba accadere mai. E ricordo anche i carri armati presi d’assalto dai ragazzi cecoslovacchi per tentare di convincere i soldati dell’Armata Rossa a desistere dall’invasione. Stranamente non ricordo nulla di quello che successe a casa nostra. All’epoca frequentavo una scuola elementare femminile di provincia, gestita da suore. Del fiume che spazzava via tutto ciò che era vecchio e stantio non ci arrivò nemmeno l’eco. La nostra giornata era fatta di studio,ricamo e preghiera. Ma io , per mesi, tenni sotto il banco la foto di Jan Palach.

  4. Il mio ragazzo mi stava accompagnando al negozio di via Frattina dove quell’estate facevo la commessa – nel ’68 andavo al liceo e d’estate lavoravo – ed era un pomeriggio (i negozi facevano ancora l’orario spezzato, anche quelli eleganti del centro). Stavamo attraversando via Nazionale all’incrocio con via delle Quattro fontane e vedemmo un corteo che risaliva via Nazionale (i rari cortei potevano ancora percorrere via Nazionale), diretto a piazza della Repubblica. Non sapevamo cosa fosse successo e non capimmo subito che quei manifestanti – di destra – protestavano contro l’Unione sovietica che era entrata a Praga con i carri armati. La primavera di Praga arrivò a roma il 20 agosto. Per me il ’68 non era ancora iniziato e me ne andai a lavorare con il mio vestitino bianco, una tutina-pantalone cucita da mia madre. Quando, poco più di un anno dopo, sfilava il corteo dei metalmeccanici, ero lì. Il mio ’68 era arrivato. Io, ero arrivata nel ’68.

  5. Al liceo, nella mia classe, c’era un ripetente. Era il 1968 e lui era più grande di noi – forse soltanto un anno – ma sosteneva che sua madre era una prostituta (nel ’68, nelle famiglie operaie, non era una parola molto diffusa) e, soprattutto, diceva che si faceva le canne e aveva un mucchio di ragazze. Ci trattava tutti con superiorità dall’alto delle sue canne, delle sue scopate e della sua mamma “perduta”. Faceva molte assenze, non studiava, ma mi regalò il 45 giri di fabrizio de andré: Bocca di rosa. Fu sconvolgente passare dai fab Beatles al grande de andrè!

  6. guatantavara Says:

    Mi piace il flusso che sta uscendo da questo articolo. Sembra un come volevasi dimostrare. Gli scritti sembrano essi stessi fatti con la stessa pasta dei temi che raccontano. Un’epoca raccontata attraverso gli occhi di chi racconta il sé di allora. Può sembrare una cosa banale (tipo: “sfido io… cosa puoi raccontare di un tempo lontano se non quello che hai vissuto?”) e invece a me sembra che il distillato delle cose che escono dai racconti del nostro ’68, sia proprio quello che è stato davvero il ’68. Una specie di filtro polarizzatore che fa passare solo i raggi che vanno in una direzione, le stesse lunghezze d’onda, eliminando le scorie dei non-ricordi, vale a dire i cliché, i grandi eventi, i sentito dire.
    Insomma… parafrasando un libro di cui parlerò presto… queste sono le nostre vite solide.

    Quasi dimenticavo… benvenuta Trinity lungo Guatan Tavara..

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