Archivio per maggio, 2008

Strade blu, quasi scolorite, praticamente grigie

Posted in I nostri viaggi, Piccoli ricordi di strada, Strade inventate with tags , , , , , , , , , , on maggio 29, 2008 by guatantavara

Quando prendo una strada blu, una di quelle strade secondarie, che quando passa una macchina la senti arrivare da lontano, come fossi un apache con l’orecchio appoggiato sulla prateria, quando prendo una strada blu mi piace stare in silenzio, senza nemmeno la musica dell’autoradio.

Le strade blu sono un moltiplicatore dell’anima. Accrescono lo stare bene o il malumore, a seconda di come si sta. Le strade blu sono la verità del cuore. Non puoi mentire alle strade di seconda mano, quando le incontri.

Quando il blu si scolorisce  mi piace che anche il mondo se ne stia in silenzio. Come adesso, che il mondo mi si scolorisce addosso per un nonnulla.  Così me ne sto in silenzio, lungo le mie strade blu, quasi scolorite. Praticamente grigie.

Aspettando di sentire il rumore della prossima macchina.

Prossima stazione, sconosciuta

Posted in I nostri viaggi, Strade inventate with tags , , on maggio 21, 2008 by guatantavara

Non so voi che idea avete dei treni. In proposito conosco due categorie di persone: quelli che odiano i treni e quelli che non li amano. E tutte e due le categorie, però, quando il treno comincia a muoversi lentamente e lascia la stazione, ondeggiando sugli scambi, si rilassano e (se hanno trovato posto) cominciano a pensare alle cose della vita. Alle strade che hanno percorso e a quelle che li aspettano. E’ un po’ come una sospensione dal presente il treno, e o sei nel passato o vai dritto dritto nel futuro.

Perché 
un treno che corre è come una strada infinita,   che vedi scappare veloce quasi fosse la vita. Soprattutto non sai mai dove va a finire, né cosa c’è dietro quella curva controluce, perché, laggiù, verso il tramonto, la strada sembra cadere nel nulla. E la prossima stazione, sconosciuta.

Il treno è come essere noi la strada, come se è quello che vediamo ad essere dentro di noi e i nostri pensieri lanciati fuori dai finestrini. Sembriamo noi fermi e le rotaie che corrono via.

Sembra di vedere il tempo che vola, scandito dalle traversine. Mi piace il silenzio che esce dal treno quando si ferma, dopo l’assordante sferragliare della corsa. Adoro le piccole stazioni, in paesi lontani e senza nome, dove il treno non si ferma quasi mai. E se si ferma non scende nessuno, al massimo un omino vecchio vecchio, o una ragazza innamorata.

Mi piace seguire con lo sguardo gli scambi dei binari dentro le stazioni o mentre il treno corre. Mi ha fatto sempre pensare alla vita che trova e subito lascia altra vita, alle persone che si incontrano e si allontanano, ai ricordi che si affastellano.

E’ bellissimo camminare sui binari (…per lo meno… quando non passa il treno!…), è bellissimo seguire il cammino di una ferrovia morta.

Anche se è triste, mi piace perfino il vagone letto, aspettare l’alba che si muove davanti a te, che ti mostra pian piano i boschi di fuori. E’ bello guardare la gente che si muove lungo le banchine, chi aspetta nelle sale d’attesa un treno che non si sa da dove, chi ti siede davanti in viaggi che sono senza inizio e senza fine.

I lampi delle piccole stazioni di cui non si riesce a cogliere nemmeno il nome sono come gli sguardi di un attimo.

Il treno che si ferma alla frontiera tra paesi tranquilli.  Le stazioni dal gusto retrò che ti riportano indietro nel tempo.

Ci sono però anche altri treni. Per i quali non c’è poesia. Sono i treni di tutti i giorni. Quelli che non arrivano mai, che partono in ritardo, che sono sempre pieni, invasi da odori nauseabondi. Che devi prendere per forza tutti i giorni per andare e tornare.

Ci sono i treni degli esclusi, e ti viene da dire che in quelli sì che ce n’è di poesia, ma solo nei racconti americani. Gli hobo di Dylan, i vagabondi del Dharma di Kerouac.

Poi ci sono i treni che non vorresti vedere mai in certe terre… come la Val Susa… dei quali ci parla Heath… che ci manda questa. Voleva metterla nel post sui fiumi che attraversano il tempo, ma penso sia meglio qui… accanto ai treni. A quelli che ci piacciono e a quelli che non ci piacciono.

Io vado avanti quanto è lungo il sempre

Posted in Strade in versi with tags , on maggio 16, 2008 by guatantavara

I advance for as long as forever is

Mi hanno sempre affascinato i versi di Dylan Thomas. Ci trovo una magica mescolanza di simbolismo e underground. Ci sento una poesia che non nasce dal cuore, e nemmeno dalla mente, ma dall’ancora più profondo.

Si potrebbe dire, parafrasando Pascal… la mente ha follie che la follia non conosce…

Sarà perché sento i suoi versi sempre in cammino, ma sempre a metà strada del viaggio.
Anche se parla raramente di strade, sulla strada Dylan Thomas c’è sempre, come quando dice…

Ventiquattro anni mi rammentano le lacrime degli occhi.
[…]
Nell’arco della porta naturale stavo accosciato come un sarto
A cucirmi il sudario per il viaggio
[…]
Verso la meta conclusiva, la città elementare,
Io vado avanti quanto è lungo il sempre.

…versi che detti in originale suonano ancora più belli.

Twenty-four years remind the tears of my eyes.
(Bury the dead for fear that walk to the grave in labour.)
In the groin of the natural doorway I crouched like a tailor
Sewing a shroud for a journey
By the light of the meat-eating sun.
Dressed to die, the sensual strut begun,
With my red veins full of money,
In the final direction of the elementary town
I advance for as long as forever is.

Chissà perché non mi fa pensare tanto a Bob Dylan (ovviamente è Bob Dylan che mi fa pensare ai suoi versi) quanto ai primi Pink Floyd, quelli di Ummagumma o ai Jefferson Airplane.

Il cielo è lacerato lungo questo
Cencioso anniversario di due esseri
Che percorsero tre anni in armonia
I lunghi viali delle loro promesse.

The sky is torn across
This ragged anniversary of two
Who moved for three years in tune
Down the long walks of their vows.

E certo è che poeta più visionario di lui è difficile da trovare…

La tenebra è la via, la luce il luogo;
Il Cielo, che mai fu
Né sarà mai, è eternamente vero,
E in quel vuoto roveto,
Fitti come le more nei boschi,
I morti crescono per la Sua gioia.

Dark is the way and light is the place,
Heaven that never was
Nor will be ever is always true,
And, in the brambled void,
Plenty as blackberries in the woods
The dead grow for Him Joy.

E ancora la strada

Io non dovrò, percosso sulla strada incendiata e vacillante,
Voltarmi a fissare un vecchio anno
Che brucia e crolla in un guazzabuglio di torri e gallerie
Come nei quadri maltrattati dai ragazzi?

Shall I, struck on the hot and rocking street,
Not spin to stare at an old year
Toppling and burning in the muddle of towers and galleries
Like the mauled picture of boys?

Ci sono poi versi di una bellezza lancinante

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.

Oppure
La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco;
La faccia è smunta allo specchio,
Le labbra smorte dai baci
Ed è smagrito il mio petto.
Una ragazza allegra mi prese per uomo,
La stesi giù e le narrai il peccato,
Le misi accanto una rosa d’ariete.

Che dire?

Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;

Penso si possa finire qui…

Strade per trovarsi, strade per perdersi

Posted in Strade da raccontare, Strade inventate with tags , , on maggio 8, 2008 by guatantavara

(dedicato a chi si sta cercando. E a chi si sta perdendo)

Le strade per trovarsi sono nascoste in un mare d’erba, le vedi oscillare tra le onde che la prateria fa sotto i colpi di un vento scortese.

E trovarsi è come si trovano ta loro le foglie, una accanto all’altra, piegate dagli stessi colpi di vento e per le stesse speranze ritornate erette.
Fino a toccarsi e riconoscersi.

Le strade per perdersi sono nascoste in un mare di corpi che si stringono e si allargano,

si sfiorano e non si sentono, si fermano e si travolgono,
e solo lo sguardo si può incontrare, riflesso nell’aria pesante di una discoteca,
piena di odori e di stanchezza,
o dentro una metropolitana di sera, agorà del disinteresse,
attraversata dal tremore della solitudine,
mentre un Mosè narrante apre la strada delle cose fatte insieme,
e dentro ci si perde, controcorrente, verso la nostalgia,
faticando come se si camminasse per una strada che non c’è,
se non inventata.

Le strade del trovarsi sono nascoste in un mare di pensieri solitari e di scrigni, riempiti un po’ alla volta di parole in sospensione.
Fanno pensare alla neve che cade, si posa e mai svanisce,
sono i pensieri nascosti tra luoghi segreti e altri affetti, case solitarie in lontananza.
E restano lì per anni, come foglietti sgualciti, senza che nessuno ci possa più scrivere sopra,
bacheche di appuntamenti telepatici, a cominciare un pensiero e vederlo trasformato in frase,
chi mette dove e chi mette quando e tutti e due a mettere amore,
ma a gocce, che non si stanchi, a ingiallire la carta, riflessi su specchi che si rincorono nel tempo
per ritrovarsi, le mani raggrinzite dall’età, ossute,
ad aspettarsi ancora, come per sempre in punto di vita.

Le strade del perdersi sono nascoste dentro un mare infinito,
a dondolare di morsi e giravolte.
A immaginarsi mischiati in una tana, riempita di insonnia e pigrizia, talpe calde fatte di coda e calore.
Rotolare in guerre di posizione, strusciando come dentro gallerie d’amanti, a indovinare dentro quale piega ci si sta perdendo,
attacchi all’arma bianca, i fiati appiccicati ai ventri come tepore di un alone che s’appanna al vetro freddo, giostra completa di possedimenti e tregue.
Andirivieni tormentoso e umido. Fino alle sazietà dell’alba.

Le strade del perdersi e del trovarsi sono nascoste in un mare di nuvole,

corridoio lungo cui scorre un’identica lunghezza d’onda,
assiepati sulla stessa nota di un pentagramma, come alzavole a riposo lungo i fili del telegrafo,
nel volo che fanno tra il nord e la sopravvivenza.

Le strade per perdersi e per trovarsi sono come il mare la mattina presto,

quando delle onde si sente anche il rumore, quando arrivare a riva per loro è come morire, ma dolcemente, senza sforzo.
E prima di frangersi si riconoscono l’un l’altra, richiamandosi allo stesso destino.
Ed hanno un colore che non fa pensare al mare ma ad un altrove.
E altrove sono. Si perdono e si trovano.
E altrove sono.