Strade da leggere


Mi è capitato di recente… di leggere (o rileggere) tre storie sulla strada. Sono tre libri classici, molto famosi, tre diverse scritture in cui la strada non è solo di asfalto o terra, ma è anche percorso, iniziatico o terminale, alla ricerca di altro da sé e alla scoperta (o smarrimento) del sé.Tutti e tre parlano di un viaggio fatto più o meno negli stessi luoghi, e cioè attraversando l’America, ma così diverso l’uno dall’altro che sembra di leggere di posti lontani mille miglia l’uno dall’altro.

Il primo è, in ordine di lettura, Kerouac. On the Road è una scrittura bustrofedica della vita. È il solco tracciato dall’insoddisfazione del vivere, in un andirivieni continuo da costa a costa. Non ci sono tanto descrizioni di luoghi quanto di situazioni, si potrebbe dire di incrocio con persone che diventano costanti abbandoni senza essere mai stati veri incontri (forse la condanna peggiore per chi viaggia… il continuo abbandono di cose senza averle neanche viste). Non c’è la ricerca di una cosa di preciso pur essendo sempre alla ricerca di qualcosa. Ci si scambiano le parti, ci si scambiano i sentimenti e gli umori, quello che ieri sembrava fatto oggi è svanito nel nulla. La strada non esiste come luogo ma accompagna le vicende di Sal e Dean come una quinta. In questo senso, è davvero un viaggio “sulla” strada.
Letto a vent’anni On the Road è un meraviglioso sogno, riletto a cinquanta è di una irritante inutilità.

Strade Blu (William Least Heat-Moon) è una scrittura circolare della vita, ci fa venire in mente che l’etimologia della parola ricerca deriva dal movimento del cane durante la caccia, quando gira attorno in cerchio alla preda e se la preda è il nostro io allora il girare è in eterno, sorta di pena dantesca per analogia comminata a chi viaggia per conoscere. Strade Blu è una sorta di Life Mining, di estrazione di vita primaria dalle miniere dei luoghi incontrati lungo strade secondarie. Lungo cui trovi mondi che non immaginavi ma che, pur se inusuali, appaiono del tutto naturali, e nulla di straordinario può accadere se non arrivarci ed andarsene. La caratteristica principale è proprio questa. Esistono due piani, lo spostamento tra i luoghi e l’arrivo dentro i luoghi. Non è facile il tema, è l’unico dei tre racconti dove tragitto e meta sono sullo stesso piano. In Strade Blu non ci sono le ampie strade di On the Road, ma solo stradine, ghirigori senza grandi ricordi da conservare ma tanti piccoli incontri che assieme fanno il prato erboso per lo scorazzare della memoria. Non c’è traccia di amore, l’amore il protagonista lo ha dismesso da tempo, lasciato in una discarica coniugale, come non c’è amore negli altri due racconti. È, dei tre romanzi, il più bello, per me.

Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta (Pirsig) è una scrittura abissale della vita, è un alternarsi di tuffi e emersioni nel profondo dell’animo, schizofrenica trasformazione del motociclista nel suo fantasma di un tempo (Fedro) e di Fedro nel motociclista. Fedro è la parte di noi di cui ora abbiamo paura ma che è anche la parte più genuina di noi, irraccontabile al proprio figlio, perché nostro figlio già la sa la parte che non sappiamo di noi… e più di noi ne ha paura. È un libro strano, a metà ti verrebbe voglia di buttarlo dalla finestra, alla fine ti manca, estenuante percorso tra speculazione e vita. Forse la cosa che più rimane è la rottura tra il viaggio di fuori e quello dell’anima. Entrambi verso il passato. Ma, mentre all’inizio la durata della scrittura è prevalentemente lungo la strada materiale e verso l’adesione ad un modello di vita zen, anticipando solo con piccoli cenni il viaggio dell’anima, man mano che ci si sposta verso i luoghi del passato del protagonista, la strada interiore prende il sopravvento e la narrazione dell’abisso in cui si caccia il motociclista nell’essere Fedro diventa assoluta, fino a rimanerci. Al contempo, il viaggio in moto, la descrizione dei luoghi, soprattutto delle strade, soprattutto del clima (pioggia, caldo, vento) che la moto fa percepire all’inizio in maniera pura, pian piano svanisce, poche righe, poche parole e si dissolve.
La postfazione è triste e bellissima. Da sola vale tutto il libro.

* * *

P.S.

I tre libri sarebbero in realtà quattro.
E questo quarto sarebbe in realtà il primo.
E questo primo sarebbe in realtà impossibile metterlo con gli altri.
Per cui ad esso dedicherò una pagina a parte.

E’ un libro in cui la strada non è solo strada ma via, percorso, sogno, pista, spago, cucitura. Vita e memoria.

E’ un libro non commentabile ma solo raccontabile, è un libro da tenere a portata di mano come fosse un moleskine. Perché ci segua come un filo di memoria nella vita. Come fosse la nostra via dei canti.

“E’” … Le Vie dei Canti.

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9 Risposte to “Strade da leggere”

  1. Trillian Says:

    Anch’io ho riletto e letto di recente libri di strada. Lo faccio spesso quando mi sembra di intravedere all’orizzonte un bivio.
    Come te “Lo zen e l’arte di manutenzione della motocicletta” che avevo letto da ragazzina e che oggi, da adulta (più o meno), mi è sembrato un altro libro, ma ugualmente bello e ugualmente emozionante. Anche se ormai mi identifico con il padre e non più con il figlio.
    L’altro che ho riletto è “In Patagonia” di Chatwin. Un libro che vado a cercare sempre, per intero o per citazioni, quando la voglia della strada è voglia di andare lontano, di scappare. Di non sapere dove la strada ti porta.
    “Le vie dei canti”, invece è sempre là a portata di mano e di testa. E’ la mia bussola. Un specie di stella polare interiorizzata

  2. Anche il mare è strada e The shadow-Line di Conrad è il mio libro dell’anima.

  3. Si possono avere due libri dell’anima? Se l’altro è In Patagonia, si.

  4. guatantavara Says:

    Sì, vabbé, se Linea d’ombra è un libro di strada, allora è strada pure il Giro del mondo in 80 giorni di Verne, il coast-to-coast sul fiume di Nikawa, l’attraversamento delle città invisibili di Marco Polo o l’enigma meraviglioso di Se una notte d’inverno un viaggiatore, l’epitaffio “La sua colpa fu l’innocenza” del Viaggiatore di Dagerman, le scorribande nella steppa di Taras Bulba, le navigate del Mondo alla fine del Mondo di Sepulveda, lo stare fermi per strada davanti alla scuola di tua figlia di Caos calmo.

    Ma vogliamo scherzare?

    Linea d’ombra mi ha sempre fatto pensare a una terra, anche se è un libro di mare. A una terra di nessuno, ad una zona franca, meglio, a cavallo tra il tempo finito dell’adolescenza e quello ancora da iniziare della maturità. Dove smetti di essere l’uno ma ancora non sei l’altro. Più che a una strada mi fa pensare ad un cortile, dove giocavi da solo e sentivi nitido il rimbombo di ogni pallonata sul muro e ti distrai a sentire il rumore e all’improvviso lo ritrovi pieno di macchine parcheggiate… qual era quel poeta che diceva (più o meno)… “la palla che avevo lanciato nell’aria ancora non è tornata giù”?

  5. per attraversare la linea d’ombra bisogna andare da un punto a un altro e come si fa senza una strada?

  6. guatantavara Says:

    E se trovassimo un compromesso? Ti va bene la linea d’ombra… come ponte… un ponte sospeso tra la costa del passato e la terra del futuro (ma non preoccuparti … oggi ho comprato i Baci Perugina e l’ho trovato scritto sul bigliettino)

  7. siiii, i ponti sono la mia passione: dividono e uniscono senza dover rendere conto a nessuno della contraddizione che rappresentano. Se facessi un blog lo farei sui ponti, ma tu devi mettere le foto!

  8. Foto grandiose e splendida presentazione. Mi piacerbbe che tu inserissi una bella foto di un bel momento icon i tuoi più cari amici in qualche luogo fantastico. Con calma poi mi stampo gli scritti e me li leggo…..

  9. guatantavara Says:

    Eccoti accontentato… gruppo di amici che gioca nella spiaggetta privata di Villa Arzilla…

    https://guatantavara.wordpress.com/le-nostre-strade/sfogliando-le-strade-della-vita-ci-puoi-trovare-anche-amici-che-giocano/

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