Archivio per febbraio, 2008

Strade inventate

Posted in Le nostre strade, Strade inventate with tags , , on febbraio 28, 2008 by guatantavara

“Procedi lungo la via che ti si apre davanti”
Nikawa
William Least Heat-Moon

E se non la trovi, cercala, inventala, rubala. Perché non tutte le strade portano dove vuoi tu. E perché, come dice il protagonista di Nikawa, “… il problema di quel motto era che in molti casi bisognava procedere comunque per scoprire se la via si apriva oppure no.”

Ed ha ragione. Non tutte le strade si aprono, o portano da qualche parte. Alcune si inerpicano dentro di noi, ci fanno sentire, a seconda dei casi, conquistadores o vagabondi, ma restano lì, a farci aspettare che la via ci si apra davanti. Altre non sono vere e proprie strade, ma cunicoli o ricordi. Sono le strade che volevamo seguire da bambini. ” Voglio fare l’avvocato o il pompiere” ma la strada è difficile, dicevano i nonni. Sono le strade che non abbiamo seguito da grandi… “Ah!… se avessi fatto l’avvocato o il pompiere” ma la strada a quel tempo non c’era. Sono le strade sotterranee o invisibili che ci inventiamo giorno per giorno per aggirare un problema. O per evitare un semaforo sempre rosso. Sono le strade che nessun navigatore satellitare riconosce, dove, finalmente, non incontriamo mai qualcuno che conosciamo, quelle che hanno il nome che vogliamo dar loro. Proprio come Guatan Tavara, la mia strada inventata… o come…

Piccoli ricordi di strada

Posted in Le nostre strade, Piccoli ricordi di strada, Strade da raccontare with tags , , , on febbraio 28, 2008 by guatantavara

La prima strada che ricordo è una che nemmeno ero nato… e che non ho mai visto se non di sfuggita. Me ne parlava mia madre quando ero piccolo. Era la via dove abitavano i miei prima che nascessi io… Via dell’Umiltà si chiamava, e mi è sempre rimasta impressa per il bellissimo nome che ha… Ovvero, da piccolo non mi sembrava molto bello, e la confondevo, a turno, con tutte le vie a U… Via dell’Umidità, Via dell’Umanità, Via dell’Unità. La immaginavo come una strada alta e stretta e scura, piena, appunto, di umidità e la vedevo attraversata da gente allampanata, scura, con l’ombrello aperto, come i personaggi del Signor Bonaventura. Eppure, così nel centro centro di Roma dove sta, mi attraeva e mi sarebbe sempre piaciuto andarci a vivere. Tanto, pensavo, poi l’umidità la posso asciugare.Così, diventato grande, le strade mi sono continuate a piacere solo per i nomi che hanno… ce ne sono alcuni magici… Piazzetta del Bel Respiro, Via dei Cessati Spiriti, la stupenda Via di Ponte Malnome… che chissà che nome doveva avere davvero. E poi i nomi latini… Vicolo in Publicolis…. e poi…

Strade da vedere

Posted in Strade da raccontare, Strade da vedere with tags , , , , , , , on febbraio 28, 2008 by guatantavara

A pensare a quanti film ambientati sulla strada ho visto mi viene da tornare indietro di un sacco di anni, quando il cinema era ancora… cinema e non solo film e c’erano i cineclub, i d’essai, e si andava a vedere le rassegne… tanto per non fare… Amarcord.Intanto, per prima cosa, separiamo i film di strada dai film sulla strada. Sulla strada è quando si vive in modo più o meno normale ed è l’avventura imprevista che viviamo sulla strada a segnare il nostro disagio; la strada è una quinta, un palcoscenico, un intervallo – lungo o breve ma destinato ad interrompersi – tra la monotonia e la normalità, tra la disperazione e il nulla. Ed è in genere più fuga che libertà. Di strada è quando è solo in strada che si vive. È quando non si scappa ma – casomai – si erra; la strada è un habitat, una giungla, un vagabondaggio, e il protagonista è un hobo del pensiero, dei sentimenti, ma anche del lavoro o dei rapporti familiari. Qui c’è sempre libertà, anche se dolorosa, negata, obbligata, anche se metaforica… anche se piena di cattiva terra, di senza patria.Come film “sulla” strada ho pensato a:

Stranger Than Paradise
(le verità di come siamo fatti dentro nascosta nel labirinto di destini che si incontrano. Bellissimo. E dello stesso regista – Jim Jarmush – anche Daun bai lo , quello con John Lurie, Tom Waits e Benigni, è del medesimo genere)

Honkytonk Man
(viaggio di un uomo – con nonno e nipote – distrutto dall’alcol. Alla ricerca di che? Molto bello)
Il Sorpasso
(la strada è come il mondo che ci circonda. Appunto, che ci circonda, non in cui siamo immersi. Per questo lo metto in questa categoria, ma potrebbe benissimo appartenere all’altra. Un gioiellino)
Fandango
(strambo addio al celibato dato attraverso un viaggio in auto fino al Messico verso una mitica festa. Stupende le scene della lezione di volo e paracadutismo. Niente di speciale)
Sugarland Express
(Ricalca un po’ la storia di La Rabbia Giovane (v. oltre), ma a differenza di quello, qui la strada è esterna alla vita. Come il mare ne Lo Squalo la strada è un pretesto con cui il Potere esagera i pericoli di innocui fuggitivi, costretti a diventare cattivi, e sterminarli. E’ l’altra metà di Duel: mentre lì il male è angosciosamente senza identità qui il male fa Potere di nome e America di cognome. Da vedere una volta l’anno)
Come film di strada penso sempre a:
Easy Rider
(il film on the road per eccellenza. Tutti lo conoscono, molti lo hanno amato, pochi lo vedono ancora. Intramontabile, con quella schitarrata di Born to be wild)
Paris, Texas
(i dilemmi del vivere articolati nei rapporti padre-figlio, trovarsi-perdersi, capirsi-smarrirsi, amore-solitudine viaggiare-soffrire. Incantevole)
Nel Corso del Tempo
(dire che è un film è come dire che la Divina Commedia è un insieme di terzine di endecasillabi a rima alternata. . . davvero non trovo parole per raccontare uno dei film più belli di sempre. . .)
La Rabbia Giovane
(le terre cattive lungo cui la vita viene inseguita, derisa, estorta. I due sono Cappuccetto Rosso disperati e destinati alla distruzione. Altro che nonna e cacciatore buono. Qui sono tutti lupi. In effetti – a ben pensarci – potrebbe essere anche un film “sulla” strada… Straordinario)
E si potrebbero citare ancora Punto zero (ma non vale un granché) Duel (ma non saprei a che categoria appartiene oltre al noir più noir…). E poi ci sono i film in cui non c’è proprio una strada, ma si svolgono sulle via di una città… come Fuori Orario (non è un viaggio sulla strada non è la vita di strada, è l’inferno nella via sotto casa.
Indimenticabile)

Strade da leggere

Posted in Strade da leggere, Strade da raccontare with tags , , , , , , , on febbraio 28, 2008 by guatantavara

Mi è capitato di recente… di leggere (o rileggere) tre storie sulla strada. Sono tre libri classici, molto famosi, tre diverse scritture in cui la strada non è solo di asfalto o terra, ma è anche percorso, iniziatico o terminale, alla ricerca di altro da sé e alla scoperta (o smarrimento) del sé.Tutti e tre parlano di un viaggio fatto più o meno negli stessi luoghi, e cioè attraversando l’America, ma così diverso l’uno dall’altro che sembra di leggere di posti lontani mille miglia l’uno dall’altro.

Il primo è, in ordine di lettura, Kerouac. On the Road è una scrittura bustrofedica della vita. È il solco tracciato dall’insoddisfazione del vivere, in un andirivieni continuo da costa a costa. Non ci sono tanto descrizioni di luoghi quanto di situazioni, si potrebbe dire di incrocio con persone che diventano costanti abbandoni senza essere mai stati veri incontri (forse la condanna peggiore per chi viaggia… il continuo abbandono di cose senza averle neanche viste). Non c’è la ricerca di una cosa di preciso pur essendo sempre alla ricerca di qualcosa. Ci si scambiano le parti, ci si scambiano i sentimenti e gli umori, quello che ieri sembrava fatto oggi è svanito nel nulla. La strada non esiste come luogo ma accompagna le vicende di Sal e Dean come una quinta. In questo senso, è davvero un viaggio “sulla” strada.
Letto a vent’anni On the Road è un meraviglioso sogno, riletto a cinquanta è di una irritante inutilità.

Strade Blu (William Least Heat-Moon) è una scrittura circolare della vita, ci fa venire in mente che l’etimologia della parola ricerca deriva dal movimento del cane durante la caccia, quando gira attorno in cerchio alla preda e se la preda è il nostro io allora il girare è in eterno, sorta di pena dantesca per analogia comminata a chi viaggia per conoscere. Strade Blu è una sorta di Life Mining, di estrazione di vita primaria dalle miniere dei luoghi incontrati lungo strade secondarie. Lungo cui trovi mondi che non immaginavi ma che, pur se inusuali, appaiono del tutto naturali, e nulla di straordinario può accadere se non arrivarci ed andarsene. La caratteristica principale è proprio questa. Esistono due piani, lo spostamento tra i luoghi e l’arrivo dentro i luoghi. Non è facile il tema, è l’unico dei tre racconti dove tragitto e meta sono sullo stesso piano. In Strade Blu non ci sono le ampie strade di On the Road, ma solo stradine, ghirigori senza grandi ricordi da conservare ma tanti piccoli incontri che assieme fanno il prato erboso per lo scorazzare della memoria. Non c’è traccia di amore, l’amore il protagonista lo ha dismesso da tempo, lasciato in una discarica coniugale, come non c’è amore negli altri due racconti. È, dei tre romanzi, il più bello, per me.

Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta (Pirsig) è una scrittura abissale della vita, è un alternarsi di tuffi e emersioni nel profondo dell’animo, schizofrenica trasformazione del motociclista nel suo fantasma di un tempo (Fedro) e di Fedro nel motociclista. Fedro è la parte di noi di cui ora abbiamo paura ma che è anche la parte più genuina di noi, irraccontabile al proprio figlio, perché nostro figlio già la sa la parte che non sappiamo di noi… e più di noi ne ha paura. È un libro strano, a metà ti verrebbe voglia di buttarlo dalla finestra, alla fine ti manca, estenuante percorso tra speculazione e vita. Forse la cosa che più rimane è la rottura tra il viaggio di fuori e quello dell’anima. Entrambi verso il passato. Ma, mentre all’inizio la durata della scrittura è prevalentemente lungo la strada materiale e verso l’adesione ad un modello di vita zen, anticipando solo con piccoli cenni il viaggio dell’anima, man mano che ci si sposta verso i luoghi del passato del protagonista, la strada interiore prende il sopravvento e la narrazione dell’abisso in cui si caccia il motociclista nell’essere Fedro diventa assoluta, fino a rimanerci. Al contempo, il viaggio in moto, la descrizione dei luoghi, soprattutto delle strade, soprattutto del clima (pioggia, caldo, vento) che la moto fa percepire all’inizio in maniera pura, pian piano svanisce, poche righe, poche parole e si dissolve.
La postfazione è triste e bellissima. Da sola vale tutto il libro.

* * *

P.S.

I tre libri sarebbero in realtà quattro.
E questo quarto sarebbe in realtà il primo.
E questo primo sarebbe in realtà impossibile metterlo con gli altri.
Per cui ad esso dedicherò una pagina a parte.

E’ un libro in cui la strada non è solo strada ma via, percorso, sogno, pista, spago, cucitura. Vita e memoria.

E’ un libro non commentabile ma solo raccontabile, è un libro da tenere a portata di mano come fosse un moleskine. Perché ci segua come un filo di memoria nella vita. Come fosse la nostra via dei canti.

“E’” … Le Vie dei Canti.